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L’OSSERVATORE ROMANO
POLITICO RELIGIOSO
GIORNALE QUOTIDIANO
Non praevalebunt
Unicuique suum
Anno CLIV n. 232 (46.774)
Città del Vaticano
sabato 11 ottobre 2014
.
Appello dei padri sinodali per la pace in Iraq, in Siria e in tutto il Medio oriente
I raid aerei non fermano l’offensiva dell’Is
Vicini
alle famiglie vittime di conflitti
Ankara esclude
di intervenire da sola
in territorio siriano
Vicinanza alle famiglie che soffrono
a causa dei conflitti, in particolare a
quelle della Siria, dell’Iraq e di tutto
il Medio oriente, è stata espressa dai
padri del Sinodo dei vescovi nel seguente messaggio reso noto venerdì
10 ottobre.
Riuniti attorno al Successore dell’Apostolo Pietro, noi Padri sinodali
della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, insieme a tutti i partecipanti, condividiamo la paterna sollecitudine del
Santo Padre, esprimendo profonda
vicinanza a tutte le famiglie che soffrono a causa dei numerosi conflitti
in corso.
In particolare, eleviamo al Signore
la nostra supplica per le famiglie ira-
chene e siriane, costrette, a causa
della fede cristiana che professano o
dell’appartenenza ad altre comunità
etniche o religiose, ad abbandonare
tutto e a fuggire verso un futuro privo di ogni certezza. Con il Santo
Padre Francesco ribadiamo che
«nessuno può usare il nome di Dio
per commettere violenza» e che «uccidere in nome di Dio è un grande
Intervista al cardinale segretario di Stato
Non bisogna rassegnarsi
«Non dobbiamo dimenticare, non dobbiamo rassegnarci». È questo l’appello lanciato in un’intervista all’O sservatore Romano dal segretario di Stato, cardinale
Pietro Parolin, di fronte alle tragiche notizie che continuano a pervenire dalle aree di conflitto nel Medio
oriente e in particolare dalle zone colpite dall’offensiva
del cosiddetto Stato islamico, con centinaia di migliaia
di persone perseguitate a causa della loro fede.
Con l’ottava congregazione di giovedì pomeriggio 9 ottobre — dedicata
al tema «La Chiesa e la famiglia di
fronte alla sfida educativa» — si è
conclusa la fase del dibattito generale, durante la quale sono stati pronunciati 180 interventi programmati,
ai quali vanno aggiunti gli 80 svolti
nella discussione libera. Nella nona
congregazione di venerdì mattina,
invece, i padri hanno ascoltato le testimonianze degli uditori e delle
uditrici. Hanno preso la parola venti
laici e un sacerdote impegnato nella
pastorale familiare. Al termine si sono riuniti per la prima volta i dieci
circoli minori suddivisi per aree linguistiche (tre per l’inglese, tre per
l’italiano, due per il francese e due
per lo spagnolo) che hanno eletto i
loro moderatori.
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DAMASCO, 10. La richiesta turca di
costituire una zona cuscinetto e di
non volo al confine con la Siria
non ha trovato spazio nei colloqui
di ieri ad Ankara del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.
Al tempo stesso, il Governo turco
ha escluso un intervento solo delle
sue truppe oltre frontiera a Kobane, dove le milizie peshmerga curde siriane resistono all’offensiva del
cosiddetto Stato islamico (Is),
un’offensiva che i bombardamenti
aerei della coalizione guidata dagli
Stati Uniti non riescono a fermare.
Stamani sono segnalati violenti
combattimenti intorno al quartier
generale curdo a Kobane.
Sull’ipotesi di costituire una zona di non volo al confine turco siriano c’erano stati alcuni appoggi
occidentali, in particolare dalla
Francia, ma una sostanziale frenata
da parte di Washington. Ieri, però,
ad Ankara si sono recati anche l’inviato speciale statunitense per la
coalizione contro l’Is, John Allen, e
il suo vice, Brett McGurk. Il dipartimento di Stato americano ha riferito di colloqui costruttivi con gli
interlocutori turchi, tra cui il primo
ministro Ahmet Davutoğlu.
Il Governo di Damasco, da parte
sua, ha sostenuto che un eventuale
intervento turco oltre frontiera, al
di fuori di un contesto deciso dal
Consiglio di sicurezza dell’O nu,
equivarrebbe a un’aggressione. Anche Mosca ha chiarito che ogni decisione deve essere prima approvata
dal Consiglio di sicurezza.
Al momento, comunque, secondo il ministro degli Esteri turco,
Mevlüt Çavuşoğlu, «non è realistico aspettarsi che la Turchia conduca da sola un’operazione terrestre».
A questa scelta si oppongono migliaia di manifestanti, soprattutto
curdi, che in Turchia continuano a
scendere in piazza per chiedere di
portare soccorso ai difensori di Ko-
A Gaza la prima riunione del nuovo Governo palestinese
Settanta milioni di giovanissime costrette a matrimoni precoci
Ricostruzione
e riconciliazione
Ferite per sempre
GAZA CITY, 10. Ricostruzione e riconciliazione: con questi due
obiettivi il premier del nuovo Governo di unità palestinese, Rami
Hamdallah, si è recato ieri nella
Striscia di Gaza. È stata la prima
volta dal 2007 che un esponente di
Al Fatah con un ruolo governativo
ha potuto recarsi nel territorio controllato da Hamas.
«Porto al popolo palestinese la
speranza nel futuro» ha detto il
premier in rappresentanza del presidente Mahmoud Abbas, dopo aver
passato il valico di Erez per presiedere la prima riunione del nuovo
Esecutivo. Rami Hamdallah ha visitato, con un massiccio apparato di
sicurezza, le rovine di Beit Hanun e
quelle di Sajaya, due dei luoghi più
colpiti dai raid di Israele durante il
conflitto di questa estate. Il premier
ha poi spiegato che gli obiettivi sono ora la «ricostruzione, la fine
dell’assedio alla Striscia, l’apertura
di tutti i valichi di Gaza e la messa
in opera di un passaggio sicuro» tra
y(7HA3J1*QSSKKM( +[!#!"!#!=!
sacrilegio!» (Discorso ai leader di altre religioni e altre denominazioni cristiane, Tirana, 21 settembre 2014).
Nel ringraziare le Organizzazioni internazionali e i Paesi per la loro solidarietà, invitiamo le persone di buona volontà ad offrire la necessaria
assistenza e l’aiuto alle vittime innocenti della barbarie in atto, e allo
stesso tempo chiediamo alla Comunità internazionale di adoperarsi per
ristabilire la convivenza pacifica in
Iraq, in Siria e in tutto il Medio
oriente.
Parimenti, il nostro pensiero va alle famiglie lacerate e sofferenti nelle
altre parti del mondo, che subiscono
persistenti violenze. A loro vogliamo
assicurare la nostra costante preghiera perché il Signore misericordioso
converta i cuori e doni pace e stabilità a quanti ora sono nella prova.
La Santa Famiglia di Nazareth
che ha patito la «via dolorosa
dell’esilio» (Angelus, 29 dicembre
2013) faccia di ogni famiglia, «comunità di amore e di riconciliazione»
(ibid.), una sorgente di speranza per
il mondo intero.
Paolo VI e Duns Scoto
maestro di dialogo
Un uomo
per tutte le stagioni
PIETRO MESSA
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la Striscia stessa e il resto dei Territori palestinesi.
L’obiettivo della ricostruzione
(l’Ap ha stimato necessaria una
somma di circa tre miliardi di euro)
è stato sottolineato con forza da
Hamdallah in vista anche della
conferenza dei Paesi donatori al
Cairo il 12 ottobre, alla quale parteciperanno almeno trenta ministri
degli Esteri, le delegazioni di cinquanta Paesi, l’alto rappresentante
per la Politica estera e di sicurezza
comune dell’Ue, Catherine Ashton,
e il segretario di Stato americano,
John Kerry, oltre naturalmente al
presidente Abbas e al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon.
Il tema del futuro a lungo termine di Gaza è attualmente sul tavolo
degli incontri indiretti con Israele
volti a cementare il cessate il fuoco
raggiunto oltre un mese fa e a delineare un accordo più complessivo.
Hamdallah ha sottolineato tuttavia
l’importanza di un rafforzamento
della riconciliazione interna palestinese per dare slancio ai negoziati.
Nel giugno 2007 gli uomini di
Hamas — vincitore delle elezioni
palestinesi un anno prima — cacciarono con la forza gli esponenti di
Al Fatah dalla Striscia di Gaza, assumendo il completo controllo e
aprendo così una lunga fase di scissione amministrativa dei Territori
palestinesi. Più volte negli anni Hamas e Al Fatah, spesso con l’aiuto
del Cairo, hanno cercato la riconciliazione, ma senza successo.
GINEVRA, 10. Ferite per sempre, senza diritti e costrette a ogni forma di
abuso: le bambine sono una delle
categorie più deboli e discriminate
del mondo. Nei Paesi in via di sviluppo circa settanta milioni di bambine sono state costrette a sposarsi in
età minorile: i tassi più elevati di diffusione dei matrimoni precoci si registrano nell’Asia meridionale (46
per cento) e nell’Africa subsahariana,
che sono le regioni del mondo in cui
sono massimamente diffusi altri fenomeni, come la mortalità materna e
Una bambina pakistana (Reuters)
infantile, la malnutrizione e l’analfabetismo. Sposarsi in età precoce —
sottolinea l’Unicef, il fondo delle
Nazioni Unite per l’infanzia — comporta una serie di conseguenze negative per la salute e lo sviluppo. Al
matrimonio precoce segue quasi inevitabilmente l’abbandono scolastico
e una gravidanza altrettanto precoce,
e dunque pericolosa sia per la neomamma che per il suo bambino. Le
gravidanze precoci, inoltre, provocano ogni anno 70.000 morti fra le ragazze di età compresa tra 15 e 19 anni, e costituiscono una quota rilevante della mortalità materna complessiva. Per fermare questa tragica reazione a catena si tiene domani, sabato,
la Giornata mondiale delle bambine,
promossa dall’Unicef e da altri agenti del settore.
A tal proposito, l’organizzazione
Change.org — la più grande piattaforma di petizioni on line al mondo
— ha lanciato ieri una petizione dal
titolo «Se studio non debbo sposarmi a 13 anni: l’istruzione è la nostra
unica arma». La povertà, le guerre,
le violenze e i matrimoni anticipati —
dice l’organizzazione — «impediscono l’accesso all’istruzione a 32 milioni di bambine e ciò significa preparare un mondo di 516 milioni di
donne adulte analfabete». Le bambine — si legge ancora nella petizione
— «sono il gruppo più marginalizzato e più discriminato del mondo perché subiscono la doppia discriminazione dell’età e del genere». Così
impegnarsi perché esse siano in grado di non sottostare a questa violazione, «può voler dire restituire loro
il più importante dei diritti».
bane. In diverse località è appena
trascorsa un’altra notte di scontri
tra polizia e manifestanti, con un
bilancio di una decina di morti, il
che porta il totale dall’inizio dei disordini a oltre trenta.
Sulla questione è intervenuto di
nuovo anche il Governo iraniano.
Il vice ministro degli Esteri, Hossein Amir Abdollahian, ha detto
che «dai nostri primi colloqui con
la Turchia abbiamo capito che questo Paese non è favorevole all’aggravarsi della crisi nella regione e
speriamo che avrà un ruolo positivo».
Nel frattempo, la violenza continua a dilagare anche sugli altri
fronti di guerra siriani, oltre che su
quelli in Iraq. Oltre all'Is, a combattere sono i ribelli siriani di diversa estrazione, sia tra loro sia
contro le forze governative siriane,
in alcuni casi sostenute dai miliziani sciiti libanesi di Hezbollah.
Ieri ci sono stati scontri ad Handarat, a nord di Aleppo, e nella regione meridionale di Dar’ā, mentre
fonti dell’opposizione siriana hanno denunciato un bombardamento
dell’aviazione
governativa
che
avrebbe provocato ventidue morti,
compresi quattro bambini e diverse
donne, in un mercato di Arbin, un
sobborgo di Damasco.
In Iraq, intanto, ieri pomeriggio
ci sono stati nove morti e una decina di feriti in un attentato suicida
contro le forze di sicurezza a
Baquba, area a sessanta chilometri
da Baghdad.
Nobel
per la pace
a chi difende
i bambini
OSLO, 10. Il premio Nobel per
la pace è stato assegnato all’indiano Kailash Satyarthi e alla
pakistana Malala Yousafzai, un
indu e una musulmana, «per il
loro comune impegno a favore
dei diritti dei bambini e contro
l’estremismo». È quanto si legge
nel comunicato del comitato
norvegese che assegna il prestigioso riconoscimento. Malala, 17
anni, è la più giovane a ricevere
un Nobel, in 114 anni di storia
del premio. Nel 2012 rimase vittima di un attentato dei talebani
in Pakistan per il suo impegno a
favore del diritto all’istruzione
delle bambine. Meno conosciuto
a livello internazionale, Kailash
Satyarthi, 60 anni, è stato promotore di diverse iniziative —
tutte pacifiche — per denunciare
il grave sfruttamento dei bambini a fini economici. E ha anche
contribuito alla definizione di
importanti convenzioni internazionali per tutelare i diritti dei
più piccoli.
NOSTRE
INFORMAZIONI
Nomina
di Vescovo Coadiutore
Il Santo Padre ha nominato
Vescovo Coadiutore della
Diocesi di Beja (Portogallo)
il Reverendo Canonico José
João dos Santos Marcos, del
clero di Lisboa, finora Direttore Spirituale dei Seminari
Maggiori «Cristo Rei» e
«Redemptoris Mater» nel
Patriarcato di Lisboa.
L’OSSERVATORE ROMANO
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sabato 11 ottobre 2014
Si moltiplicano i timori per casi sospetti fuori dall’Africa occidentale
Si diffonde l’allarme ebola
In Liberia rinviate per il rischio di contagio le elezioni per il Senato
MONROVIA, 10. L’allarme per l’ebola
si diffonde in tutto il mondo, mentre
la virulenza dell’epidemia non sembra scemare in Africa occidentale,
dove i morti sono ormai oltre quattromila e dove conseguenze anche
politiche — in Liberia sono state rinviate a data da destinarsi le elezioni
Cruento attacco
ai caschi blu
nella Repubblica
Centroafricana
BANGUI, 10. La violenza non si
allontana dalla Repubblica Centroafricana e ha provocato altre
vittime nelle ultime ore. Un casco
blu della Minusca, la missione
dell’Onu, è stato ucciso e otto
suoi commilitoni feriti in un agguato a un loro convoglio teso
oggi da un gruppo armato non
identificato alla periferia della capitale Bangui, nel distretto cosiddetto Pk11, già teatro negli ultimi
mesi di cruenti scontri tra le milizie che si combattono nel Paese.
Il casco blu ucciso era un ufficiale pakistano, mentre i feriti appartengono ai contingenti del
Bangladesh e appunto del Pakistan. Secondo quanto riferito dalla missione dell’Onu, uno di loro
è in gravi condizione, mentre gli
altri non sono in pericolo di vita.
La Minusca, il cui dispiegamento in sostituzione di una precedente
missione
dei
Paesi
dell’area è stato deciso lo scorso
aprile con una risoluzione del
Consiglio di sicurezza dell’Onu, è
operativa dal 15 settembre e conta
di 12.000 tra soldati e poliziotti.
Né i caschi blu dell’Onu, né la
Eufor-Rca, la missione dell’Unione europea, né il contingente inviato autonomamente dalla Francia, sono comunque riusciti finora
ad arginare le violenze.
Nella stessa Bangui due persone erano state uccise nella notte
tra mercoledì e giovedì. Le vittime sono due senegalesi che viaggiavano a bordo di una vettura.
Nei giorni scorsi c’erano stati almeno cinque morti negli scontri
nella capitale tra le milizie rivali
del Paese. A combattersi sono gli
ex ribelli della Seleka (alleanza,
in lingua locale sango) che nel
marzo del 2013 avevano rovesciato
con un colpo di Stato il presidente François Bozizè e mesi dopo
erano state costrette a lasciare il
potere dalle pressioni dei Paesi vicini, e quelle cosiddette antibalaka (Balaka, sempre in sango, significa machete, in riferimento
all’arma tipica dei combattenti
della Seleka).
Le autorità di transizione non
hanno per ora fatto alcuna dichiarazione ufficiale su queste
violenze, le peggiori avvenute a
Bangui dalla fine di agosto, quando erano morte cinque persone in
un conflitto a fuoco tra soldati
europei del contingente EuforRca e un gruppo di miliziani armati.
A frenare le violenze non è valso il varo, il mese scorso, di un
nuovo Governo con rappresentanti sia della Seleka sia delle milizie antibalaka. Nelle ultime ore,
tra l’altro, Younous Ngardia, consigliere dello stato maggiore della
Seleka, ha formalizzato una richiesta di dimissioni della presidente di transizione, Catherine
Samba Panza. Nei giorni scorsi a
chiedere a Samba Panza di lasciare erano state anche le milizie antibalaka.
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per il Senato fissate per martedì
prossimo — si aggiungono alla spaventosa crisi sanitaria, sociale ed
economica provocata dal virus.
L’Organizzazione mondiale della
sanità (Oms) ha avvertito che l’ebola è ormai radicata nelle capitali dei
tre Paesi più colpiti, Guinea, Sierra
Leone e appunto Liberia, e che la
sua corsa sta accelerando. Secondo
Bruce Aylward, uno dei responsabili
dell’Oms,
l’epidemia
scoppiata
all’inizio dell’anno è stata pericolosamente sottovalutata dalla comunità
internazionale, la cui risposta non ha
tenuto il passo con la diffusione del
virus.
La durata dell’epidemia è uno degli aspetti che ne spiegano la pericolosità. Tutte quelle precedenti — a
partire da quella registrata nel 1976
in villaggi costieri del fiume congolese Ebola, che dà il nome alla malattia — si erano infatti esaurite nel
giro di poche settimane. A giudizio
di alcuni esperti, questo dimostra la
resistenza del particolare ceppo di
ebola che si è diffuso in Africa occidentale, una zona mai colpita prima
dalla malattia, e potrebbe rivelare
una sua capacità di mutazione.
Le autorità sanitarie degli Stati
Uniti, dove questa settimana è morto un liberiano arrivato dall’Africa e
che aveva sviluppato i sintomi della
malattia in Texas, non nascondono
di ritenere la minaccia dell’ebola la
maggiore da quando si manifestò
l’Aids. In questo senso si è espressa
ieri, fra gli altri, Sylvia Mathews
Burwell, segretario alla Salute, ammonendo che nel Paese potrebbero
manifestarsi altri casi.
Nelle ultime ore casi sospetti, dopo quelli già accertati in Spagna e in
Germania di persone che avevano
contratto il morbo in Africa o che
avevano avuto contatti con costoro,
sono stati segnalati anche in altri
Paesi non africani. Per la prima volta, tra l’altro, è accaduto in America
latina. In Brasile, infatti, viene tenuto sotto osservazione a Cascavel,
nello Stato di Paraná, un uomo di
47 anni tornato il 19 settembre dalla
Guinea. A Cipro è ricoverato cittadino del Togo. In Francia, questa mattina, le autorità sanitarie hanno co-
municato di ritenere probabile il
contagio in una donna parigina finora considerata un caso sospetto.
Si è invece rivelato infondato l’allarme a Praga per un uomo d’affari
di 56 anni di recente tornato dalla
Liberia, ricoverato giovedì scorso
con sintomi sospetti e messo in isolamento. Il ministro della Salute,
Svatopluk Němeček, ha comunicato
questa mattina che il contagio
dell’ebola è stato escluso e che l’uomo probabilmente ha la malaria.
Anche le autorità dell’Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia hanno
smentito ieri che l’ebola sia stata la
causa della morte di due cittadini
britannici nella capitale Skopje. L’albergo nel quale i britannici alloggiavano e nel quale era morto uno dei
due e l’ospedale dove era stato ricoverato l’altro erano stati messi in
quarantena.
Stessa decisione, ieri, è stata presa
per un ospedale di Harare, la capitale dello Zimbabwe, distante decine
di migliaia di chilometri dall’Africa
occidentale, dove si sono registrati
sintomi sospetti su un paziente.
Controlli all’aeroporto di Los Angeles (Reuters)
Un morto e gravi danni
Avvertimento dell’Fmi
Alluvione
a Genova
L’Europa sull’orlo
della recessione
ROMA, 10. Il maltempo torna a colpire pesantemente Genova. A tre
anni dall’alluvione del 2011, il capoluogo della Liguria è stato di
nuovo travolto dalle piogge torrenziali, che hanno fatto esondare numerosi fiumi e torrenti, tra cui il
Bisagno e il Rio Fereggiano. L’acqua ha trascinato via numerose auto parcheggiate e cartelli stradali,
allagando completamente la zona
dietro lo stadio Ferraris.
Al momento si conta una vittima, nella zona di Brignole, con le
strade allagate e coperte di fango.
Comune e Protezione civile hanno
rivolto un appello alla cittadinanza
a non uscire di casa e a raggiungete i piani alti. Nel Levante, a Pian
dei Ratti, i vigili del fuoco sono intervenuti per liberare una persona
rimasta intrappolata in una fabbrica allagata. Altre persone sono state portate in salvo a Prato Officioso, frazione di San Colombano
Certenoli, dove è esondato il torrente Lavagna. Abitazioni e magazzini sono finiti sott’acqua nelle frazioni di Micheloni, Maggi e Cogozzale. A Chiavari il fiume Entella ha superato gli argini allagando
i giardini della Foce e il sottopasso
di via Grotto. A Recco, l’omonimo
torrente è tracimato.
WASHINGTON, 10. «C’è un serio rischio che la zona euro scivoli nella
recessione: ci sono il 35-40 per cento
di possibilità». Si è espressa in questi termini, ieri, Christine Lagarde,
direttore generale dell’Fmi (Fondo
monetario internazionale), intervenendo al summit annuale organizzato dal suo istituto e dalla Banca
mondiale a Washington. Tuttavia,
Lagarde ha avvertito: «Se saranno
attuate le giuste politiche, se tutti i
Paesi faranno quello che devono fare, la recessione si potrà evitare».
Per questo il Fondo — ha aggiunto
— «due anni fa aveva messo in guardia contro i rischi legati a una situazione di bassa inflazione persistente» e adesso auspica che «si faccia di
più per contrastare questo fenomeno». Lagarde ha dunque invitato i
Paesi Ue ad avviare «politiche di bilancio a favore delle riforma del
mercato del lavoro». E le riforme
«devono essere specifiche per ogni
Paese» e vanno attuate. «Non bisogna solo parlarne».
E sempre sulla situazione economica europea è intervenuto il presidente della Bce (Banca centrale europea), Mario Draghi, il quale ha
voluto sottolineare come le riforme
sul mercato del lavoro debbano rendere più facile per le aziende «assumere giovani, non licenziarli, o almeno non licenziarli così facilmente». L’attuale situazione di disoccu-
pazione giovanile — ha spiegato
Draghi — è legata alle riforme degli
anni 2002, con l’introduzione di
nuovi contratti molto flessibili, destinati soprattutto ai giovani. Contratti
che «hanno depresso la domanda;
con la crisi queste posizioni sono
state eliminate». Da qui la necessità,
per le riforme del mercato del lavoro, di rendere «più facile per le
aziende assumere i giovani». I Governi «hanno un forte incentivo a fare le riforme perché se non le faranno sono consapevoli che spariranno
dalla scena politica. Perché non saranno rieletti».
Il premier cinese
in Europa
BRUXELLES, 10. Il primo ministro
cinese, Li Keqiang, è partito per
un tour europeo di otto giorni, che
lo porterà in Germania, Russia e
Italia per firmare numerosi accordi
finanziari, commerciali ed energetici. Tra gli impegni in agenda ci
sono anche le consultazioni con la
Germania e l’incontro sui rapporti
bilaterali con il primo ministro
russo, Dmitry Medvedev. In Italia,
Li arriverà martedì prossimo per
essere ricevuto dal presidente,
Giorgio Napolitano, e dal premier,
Matteo Renzi. Prevista anche una
visita al quartiere generale della
Fao. Venerdì prossimo sarà poi a
Milano per partecipare al decimo
Un euroscettico
a Westminster
Strade di Genova invase dalle acque (Ansa)
GIOVANNI MARIA VIAN
direttore responsabile
Carlo Di Cicco
vicedirettore
Piero Di Domenicantonio
Servizio vaticano: [email protected]
Servizio internazionale: [email protected]
Servizio culturale: [email protected]
Servizio religioso: [email protected]
caporedattore
Gaetano Vallini
segretario di redazione
Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998
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LONDRA, 10. Cinque mesi dopo la
vittoria alle elezioni europee, l’euroscettico Partito per l’indipendenza
del Regno Unito (Ukip) torna a
scuotere la scena politica britannica,
conquistando, per la prima volta da
quando è stato fondato (1993), un
seggio nel Parlamento di Westminster. Stando ai risultati diffusi la
scorsa notte, il partito di Nigel
Farage ha vinto le elezioni suppletive tenute ieri a Clacton-on-Sea,
nell’Essex, località sulla costa orientale della Gran Bretagna. Douglas
Carswell, ex deputato conservatore
Segreteria di redazione
telefono 06 698 83461, 06 698 84442
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Tipografia Vaticana
Editrice L’Osservatore Romano
don Sergio Pellini S.D.B.
direttore generale
(che lo scorso agosto ha abbandonato i Tories del primo ministro,
David Cameron accusandolo di indecisione su Europa e immigrazione), ha infatti conquistato il 59,75
per cento dei voti. Nell’altra suppletiva, nella circoscrizione settentrionale di Heywood e Middleton, indetta per rimpiazzare un deputato
laburista scomparso di recente, il
Labour dovrebbe invece riconfermare il suo seggio. L’Ukip, però, dovrebbe riuscire a conquistare un
prezioso secondo posto, battendo
anche in questo caso i conservatori.
Tariffe di abbonamento
Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198
Europa: € 410; $ 605
Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665
America Nord, Oceania: € 500; $ 740
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Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675
vertice Asem (Asia-Europe Meeting).
La prima tappa del viaggio sarà
Berlino, dove Li si reca per la seconda volta da quando, nel marzo
dello scorso anno, si è insediato come primo ministro. La Germania
rappresenta il primo partner commerciale della Cina all’interno
dell’Unione europea. La visita di
Li segue di tre mesi quella compiuta in Cina dal cancelliere tedesco,
Angela Merkel. In quell’occasione
vennero firmati contratti in diversi
settori industriali e per la realizzazione di due nuovi stabilimenti
della Volkswagen in Cina.
A marzo, invece, si era recato in
Germania il presidente cinese, Xi
Jinping, che aveva inaugurato la linea ferroviaria per il trasporto merci tra Chongqing e Duisburg. La
visita era stata segnata anche
dall’accordo tra la Banca popolare
cinese e la Bundesbank per fare di
Francoforte l’hub europeo per le
transazioni finanziarie in yuan, preferendo per questo ruolo la capitale
finanziaria della Germania a Parigi
e Lussemburgo. Alla vigilia della
partenza per l’Europa, Li ha sottolineato l’importanza per Cina e
Germania di aprire i rispettivi mercati e di puntare sull’innovazione.
In un articolo pubblicato sul quotidiano tedesco «Die Welt», a firma
dello stesso Li, il primo ministro
ha rinnovato l’impegno cinese
all’apertura del proprio mercato e a
ridurre le barriere di accesso per i
gruppi stranieri, mentre Pechino ha
in corso la ristrutturazione della
propria economia che prevede un
maggiore ruolo del mercato.
Concessionaria di pubblicità
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Sede legale
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Banca Carige
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Credito Valtellinese
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sabato 11 ottobre 2014
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Intervista al cardinale segretario di Stato sulla tragica situazione in Medio oriente
Non bisogna rassegnarsi
Fondamentale il ruolo dei leader religiosi per favorire il dialogo
«Non dobbiamo dimenticare, non
dobbiamo rassegnarci». È questo
l’appello lanciato dal segretario di
Stato, cardinale Pietro Parolin, di
fronte alle tragiche notizie che continuano a pervenire dalle aree di conflitto nel Medio oriente, e in particolare dalle zone colpite dall’offensiva
del cosiddetto Stato islamico, con
centinaia di migliaia di persone perseguitate a causa della loro fede. In
un’intervista all’Osservatore Romano, il cardinale Parolin ribadisce
l’impegno della Santa Sede a favore
delle popolazioni della regione e ricorda come, per discutere della delicata situazione, Papa Francesco abbia indetto un concistoro il prossimo
20 ottobre, a poco più di due settimane dall’incontro dei nunzi apostolici nel Medio oriente convocato in
Vaticano.
Eminenza, perché un incontro dei rappresentanti pontifici del Medio oriente
in Vaticano?
Il Santo Padre ha deciso di convocare i nunzi apostolici in Medio
oriente per dedicare una riflessione
sulla drammatica situazione che da
tempo si vive nella regione e per
manifestare la vicinanza e la solidarietà, da parte sua e di tutta la Chiesa, verso le persone che soffrono le
conseguenze dei conflitti in atto.
Particolare attenzione è stata dedicata ai cristiani e agli altri gruppi che
sono perseguitati a causa del loro
credo religioso, specialmente in alcune zone dell’Iraq e della Siria, da
parte del cosiddetto Stato islamico.
All’incontro hanno partecipato pure
i capi dei dicasteri della Curia romana che hanno responsabilità dirette
verso la Chiesa cattolica in Medio
oriente. La presenza degli osservatori permanenti della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York e a
Ginevra e del nunzio apostolico
presso l’Unione europea ha voluto
sottolineare la dimensione e le conseguenze internazionali di questo
dramma. Questi rappresentanti del
Papa danno voce in ambiti multilaterali alla posizione della Santa Sede
su diverse questioni e intrattengono
continui contatti con i rappresentanti diplomatici di numerosi Paesi. Così è stato possibile un ricco scambio
di informazioni e una valutazione
della situazione partendo dall’esperienza diretta sul terreno per valuta-
re cosa può fare la Chiesa e cosa
può essere richiesto alla comunità
internazionale e venire incontro alla
triste situazione attuale. Un’ulteriore
conferma di quanto tutto questo stia
a cuore al Santo Padre viene dalla
sua volontà di dedicare il concistoro
del prossimo 20 ottobre al Medio
oriente.
Sulla base delle informazioni dei Nunzi
cosa può dire delle comunità cristiane e
degli altri gruppi che soffrono per la
violenza nella regione?
Abbiamo ascoltato con commozione e con grande preoccupazione la
testimonianza delle atrocità inaudite
perpetrate da più parti, ma soprattutto dai fondamentalisti del gruppo
denominatosi Stato islamico: le decapitazioni, la vendita di donne al
mercato, l’arruolamento di bambini
in combattimenti sanguinosi, la distruzione dei luoghi di culto. Ciò ha
costretto centinaia di migliaia di persone a fuggire dalle proprie case e
cercare rifugio altrove in condizioni
di precarietà. Sono persone umiliate
nella loro dignità e sottoposte a sofferenze fisiche e morali. Al riguardo,
i rappresentanti pontifici e i superiori dei dicasteri presenti all’incontro
hanno riaffermato il diritto dei profughi di fare ritorno e di vivere in
dignità e sicurezza nel proprio Paese
e nel proprio ambiente. Si tratta di
un diritto che deve essere sostenuto
e garantito tanto dalla comunità internazionale quanto dagli Stati di
cui essi sono cittadini.
Cosa può fare la comunità internazionale?
La situazione è veramente complessa. Alla radice dello sradicamento forzato di milioni di persone nel
Medio oriente sta una conflittualità
violenta e disumana che vede coinvolti apertamente o nella penombra
gruppi di mercenari, gruppi non statali, potenze regionali e globali. La
scelta della lotta armata, invece del
dialogo e del negoziato, moltiplica
la sofferenza di tutte le popolazioni
coinvolte. La via della violenza porta
solo alla distruzione; la via della pace porta alla speranza e al progresso.
A più riprese e con iniziative assunte
in primo luogo dal Santo Padre —
come il suo pellegrinaggio in Terra
Santa, la preghiera in Vaticano con i
Colpi di artiglieria
al 38° parallelo
PYONGYANG, 10. Colpi d’artiglieria
sono stati sparati oggi tra le forze
armate della Corea del Nord e della
Corea del Sud lungo il confine. Lo
scrive l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap. Un colpo è stato sparato dall’artiglieria nordcoreana ed è
caduto in territorio sudcoreano, dopo che alcuni attivisti di Seoul avevano liberato alla frontiera tra i due
Paesi alcuni palloncini con appese
scritte anti-Pyongyang. L’artiglieria
di Seoul ha immediatamente risposto al fuoco, ha fatto sapere in una
nota un ufficiale dello Stato maggiore dell’esercito sudcoreano.
Lo scambio di colpi di artiglieria
ha avuto luogo mentre la Corea del
Nord festeggiava il sessantanovesimo anniversario della fondazione
del Partito dei lavoratori, la struttura che, assieme alle forze armate, fa
da cassaforte del potere. E alimentando i dubbi e le voci sempre più
incontrollate sulla sua sorte, il leader nordcoreano, Kim Jong-un, ha
ancora una volta disertato un appuntamento ufficiale. È ormai dal 3
settembre che il numero uno del regime comunista non appare in pubblico. Kim Jong-un — al potere dal
2011, dopo la morte del padre, il
«caro leader» Kim Jong-il — non si
era mai assentato così a lungo dalle
occasioni pubbliche.
La nuova mancata apparizione
del leader nordcoreano è destinata,
quindi, a fare aumentare le voci di
una sua grave malattia che, secondo
un think tank di intellettuali nordcoreani in esilio, avrebbe portato la
sorella minore, Kim Yo Jong, ad assumere, almeno temporaneamente,
il potere a Pyongyang. Ufficialmente, si è parlato di una leggera indisposizione, ma la stampa sudcoreana ha ipotizzato disturbi fisici molto più gravi.
Presidenti israeliano e palestinese, e i
suoi messaggi al mondo intero — la
Santa Sede ha ribadito la convinzione provata dall’esperienza che con la
guerra tutto è perduto e con la pace
tutto è guadagnato. Il primo passo
urgente per il bene della popolazione della Siria, dell’Iraq, e di tutto il
Medio oriente è quello di deporre le
armi e di dialogare. La distruzione
di città e villaggi, l’uccisione di civili
innocenti, di donne e bambini, di
giovani reclutati o forzati a combattere, la separazione di famiglie, ci dicono che è un obbligo morale per
tutti tutti dire basta a tanta sofferenza e ingiustizia e cominciare un nuovo cammino in cui tutti partecipino
con uguali diritti e doveri come cittadini impegnati nella costruzione
del bene comune, nel rispetto delle
differenze e dei talenti di ciascuno.
Più volte Papa Francesco ha denunciato come il traffico delle armi sia alla
base di tutte le guerre.
È vero, tristemente. Speculare e
guadagnare sulla vita degli altri suscita serie questioni etiche. In un
momento di particolare gravità, dato
il numero crescente di vittime causate dai conflitti esplosi in Medio
oriente, la comunità internazionale
deve affrontare la questione. Più le
armi diventano disponibili, più facile
diviene la tentazione di usarle. Per
quanto riguarda il cosiddetto Stato
islamico la questione è ancora più
grave e bisognerebbe anche prestare
attenzione alle fonti che sostengono
le sue attività terroristiche attraverso
un più o meno chiaro appoggio politico, nonché tramite il commercio
illegale di petrolio e la fornitura di
armi e tecnologia.
È lecito l’uso della forza per fermare il
cosiddetto Stato islamico?
Come è stato affermato anche nel
comunicato finale, i partecipanti
all’incontro hanno ribadito che è lecito fermare l’aggressore ingiusto,
sempre però nel rispetto del diritto
internazionale. Quando il Santo Padre, rispondendo a una domanda
dei giornalisti ha affermato che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, ha
precisato: «Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la
guerra, ma fermarlo. I mezzi con i
quali si possono fermare, dovranno
essere valutati». Da parte mia ho vo-
luto sviluppare alcune idee al riguardo nel mio recente discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In qualsiasi caso, come è stato ribadito nell’incontro, non si può affidare la risoluzione del problema alla
sola risposta militare. Esso va affrontato più approfonditamente a partire
dalle cause che ne sono all’origine e
vengono sfruttate dall’ideologia fondamentalista. La comunità internazionale attraverso le Nazioni Unite e
le strutture che si è data per simili
emergenze dovrà agire per prevenire
possibili genocidi e per assistere i
numerosi rifugiati che rischiano una
vita di stenti e una morte lenta ma
certa. Nel caso specifico delle violazioni e degli abusi commessi dal cosiddetto Stato islamico sembra opportuno che gli Stati della regione
siano direttamente coinvolti, assieme
al resto della comunità internazionale, nelle azioni da intraprendere, con
la consapevolezza che non si tratta
di proteggere l’una o l’altra comunità religiosa o l’uno o l’altro gruppo
etnico, ma persone che sono parte
dell’unica famiglia umana e i cui diritti fondamentali sono sistematicamente violati.
Come rispondere alla grave emergenza
umanitaria nella regione?
È necessaria una rinnovata volontà di solidarietà da parte della comu-
E i leader religiosi?
I leader religiosi, ebrei, cristiani e
musulmani, possono e debbono
svolgere un ruolo fondamentale
per favorire il dialogo tra le religioni e le culture, e l’educazione alla reciproca comprensione.
Inoltre, essi devono denunciare
chiaramente la strumentalizzazione della religione per
giustificare la violenza. Nel
caso concreto del cosiddetto Stato islamico una responsabilità particolare ricade sui leader musulmani
non soltanto per sconfessare
la sua pretesa di formare un
califfato e di denominarsi
“Stato islamico”, ma anche
per condannare più in genere le pratiche indegne
dell’uomo commesse dagli
estremisti, come l’uccisione delle
persone per il solo motivo della loro appartenenza religiosa.
Come ha detto il Santo Padre
in Albania: «Uccidere in nome
di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano». Al riguardo vanno rilevate e apprezzate le espressioni
di solidarietà con i cristiani e
gli altri gruppi che soffrono in
Iraq da parte di alcuni leader
musulmani e responsabili politici islamici che hanno condannato l’operato dello Stato isla-
A Hong Kong torna
a salire la tensione
HONG KONG, 10. Torna a salire la
tensione a Hong Kong dopo che il
Governo dell’ex colonia britannica
ha cancellato l’incontro, previsto ieri, con i leader del movimento di
protesta. Questi ultimi hanno convocato nuove proteste e occupazioni. Già la notte scorsa migliaia di
giovani sono di nuovo scesi in piazza, e diverse centinaia sono tornati
ad accamparsi nelle aree centrali
della città.
I colloqui di ieri sono stati cancellati perché — questa la motivazione ufficiale — il Governo riteneva che non avrebbero portato a un
risultato costruttivo. Era stato l’annuncio dell’avvio di questo dialogo
a far rientrare nei giorni scorsi le
proteste e le occupazioni andate
avanti per due settimane nel centro
di Hong Kong. Carrie Lam, il capo
gabinetto del Governo locale che
era stato incaricato di condurre i
mico. Esse meritano di essere incoraggiate. Come afferma un’importante recente dichiarazione del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso: «La situazione drammatica
dei cristiani, degli yazidi e di altre
comunità religiose ed etniche numericamente minoritarie in Iraq esige
una presa di posizione chiara e coraggiosa da parte dei responsabili religiosi, soprattutto musulmani, delle
persone impegnate nel dialogo interreligioso e di tutte le persone di
buona volontà. Tutti devono condannare unanimemente, senza alcuna ambiguità, questi crimini e denunciare la pratica di invocare la religione per giustificarli. Altrimenti
quale credibilità avranno le religioni,
i loro adepti e i loro capi? Quale
credibilità potrebbe ancora avere il
dialogo interreligioso ricercato con
pazienza in questi ultimi anni?».
colloqui con i manifestanti, ha attribuito la responsabilità del fallimento agli studenti che avevano organizzato una manifestazione in contemporanea dell’incontro. Dal canto
loro, gli studenti hanno accusato il
Governo di «non essere mai stato
sincero nel voler ascoltare le preoccupazione del popolo di Hong
Kong». Come noto, la protesta a
Hong Kong è scattata dopo la decisione del Governo cinese di restringere a una rosa di massimo tre
nomi il numero dei candidati eleggibili alla carica di chief executive
nelle prossime elezioni previste per
il 2017, le prime che si svolgeranno
a suffragio universale. Pechino ha
inoltre stabilito che le candidature
dovranno essere passate al vaglio di
un apposito comitato composto da
1.400 persone e anch’esso nominato
dal Governo cinese.
nità internazionale e delle sue strutture umanitarie per provvedere cibo,
acqua, abitazione, educazione per i
giovani, assistenza medica, per gli
sfollati e rifugiati in tutto il Medio
oriente. Le cifre del dramma umanitario sono sconvolgenti. In Siria, ad
esempio, la metà della popolazione
ha bisogno di assistenza umanitaria,
per non parlare del dramma dei rifugiati, che si contano a milioni. E
dietro ogni numero c’è una persona
concreta che soffre, un nostro fratello che ha bisogno di aiuto. La Chiesa da parte sua cerca di dare il suo
contributo, in particolare tramite le
Caritas locali aiutate dalle diverse
agenzie caritative cattoliche che assistono non solo i cristiani ma tutti
quelli che soffrono, senza alcuna discriminazione. Al riguardo mi preme
segnalare che l’assistenza umanitaria
ai bisognosi può offrire anche una
cornice di collaborazione tra cristiani
e musulmani.
Cosa si può dire a chi soffre in Medio
oriente?
A tutte le vittime di ingiustizie e
di violenza i partecipanti all’incontro
hanno assicurato la loro vicinanza
spirituale e il loro impegno a sostenere ogni iniziativa pratica che
porti alla riconciliazione e alla
pace e assicuri i mezzi necessari
per assistere chi è nel bisogno, fino all’auspicata normalizzazione
della situazione nei Paesi interessati. Nello stesso tempo, essi
hanno pregato e hanno riaffermato l’importanza di rivolgersi al Signore che solo
può dare la vera pace. In
particolare per i cristiani
la parola di speranza non
è altro che Gesù Cristo
stesso, che ha vinto il male, il peccato e la morte e
ci assicura che il male non
ha mai l’ultima parola. Come dice l’esortazione post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente, «i cristiani sanno che solo
Gesù, essendo passato attraverso le
tribolazioni e la morte per risuscitare, può portare la salvezza e la pace
a tutti gli abitanti di questa regione
del mondo» [n. 8]. Sento come una
responsabilità di tutta la Chiesa sostenere con la preghiera e con ogni
mezzo possibile i nostri fratelli cristiani che confessano la loro fede in
Medio oriente e incoraggiarli a continuare a essere nelle loro terre una
presenza significativa per il bene di
tutta la società. E a tutti rivolgo un
accorato appello: non dobbiamo dimenticare e non dobbiamo rassegnarci.
Nuove accuse
tra India e Pakistan
NEW DELHI, 10. Si riaccende la tensione nel Kashmir, con Pakistan e
India che ieri si sono nuovamente
scambiati accuse reciproche di violazioni del cessate il fuoco, inasprendo i toni di una crisi bilaterale
come non succedeva da anni. In
una giornata in cui hanno preso la
parola ministri delle due parti, e
anche il premier indiano, Narendra
Modi (quello pakistano, Nawaz
Sharif, era invece impegnato in una
visita nel Waziristan settentrionale),
è parso evidente come i margini di
dialogo fra New Delhi e Islamabad
siano, al momento, ridottissimi.
È stato il ministro della Difesa
indiano, Arun Jaitley, a lanciare il
primo avvertimento quando ha sostenuto che il Pakistan deve sospendere «le sparatorie e i bombardamenti» alla frontiera del Kashmir e
che se ciò non avverrà «l’India farà
diventare insostenibile il costo di
questo avventurismo». I violenti
scontri a fuoco e i bombardamenti
alle frontiera del Kashmir, una delle
aree più militarizzate del mondo,
vanno avanti ormai da giorni e hanno già provocato la morte di almeno diciassette persone.
Da parte sua, il ministro della
Difesa pakistano, Khawaja Muhammad Asif, ha sostenuto che il Governo di Islamabad «non vuole che
tensioni di frontiera fra due vicini
dotati del nucleare si trasformino in
uno scontro armato», aggiungendo
che «il Pakistan è pienamente capace di rispondere alle aggressioni
dell’India» sulla Linea di controllo
(Loc, il confine provvisorio tra i
due Paesi). Oggi, fra l’altro, a Islamabad si terrà una riunione del Comitato nazionale per la sicurezza
convocata dal premier Sharif per
discutere proprio delle «recenti violazioni da parte dell’India».
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
sabato 11 ottobre 2014
Aligi Sassu
affresco dedicato al concilio Vaticano II
(chiesa di Sant’Andrea, Pescara 1964)
Come aiutare a crescere un bambino con la sindrome di Down
Un giorno festa
e un altro battaglia
di SILVIA GUSMANO
Che vita è quella di un bimbo a cui
in prima elementare la maestra non
vuole insegnare lo stampatello, convinta che, date le sue difficoltà, possa bastargli conoscere il carattere
minuscolo? Che vita è quella di una
madre che deve battersi perché suo
figlio, al pari dei compagni, impari
a leggere e scrivere anche le lettere
maiuscole? È la vita delle persone
con trisomia 21 e delle loro famiglie,
«un’avventura, a volte festa, altre
battaglia», raccontata in tante sue
sfumature nel volume curato da Lucia Landoni, in collaborazione con
l’associazione Amici Team Down,
Che vita è? (Saronno, Editrice Monti, 2014, pagine 174, euro 15).
A scrivere sono i familiari — genitori, fratelli, nonni — di dieci ragazzi down di età differente, che condividono con il lettore stati d’animo e
momenti cruciali di vite intense,
sempre in bilico tra gioia e preoccupazione, rabbia e riconoscenza,
dubbi e fede. Destinatari del libro, i
genitori. Coloro che crescono bimbi
trisomici e possono appoggiarsi alle
confidenze di chi vive la stessa esperienza. E, soprattutto, coloro che,
davanti a una diagnosi prenatale
della sindrome di Down, vengono
indotti dal protocollo medico a fare
una scelta definitiva, senza avere informazioni corrette e sufficienti su
quanto li aspetta. Per individuare la
trisomia 21 in un feto di neanche tre
mesi, oggi basta infatti un’analisi
del sangue materno, un test non invasivo che presenta margini di errore molto bassi. E ciò, complice in
molti Paesi lo Stato stesso, rischia di
spalancare ulteriormente le porte al
cosiddetto aborto terapeutico. A
meno che la sindrome di Down
smetta di essere uno spettro sconosciuto e spaventoso e l’opinione
pubblica arrivi a conoscerne tutti i
risvolti.
Le generose testimonianze raccolte in Che vita è? concordano infatti
su un punto: nelle settimane critiche
che seguono la scoperta della trisomia 21 nel nascituro, come nel bimbo appena venuto al mondo, l’unico
aiuto concreto viene da quanti vivono la medesima realtà, una rete di
«persone davvero grandi nell’amore» che con un prezioso passaparola, stemperano la solitudine dei neogenitori e accendono una luce infondo al tunnel dell’angoscia e del
senso di colpa. Da qui la scelta di
aprire una finestra sulle proprie vite
e di mostrare a una «società non affatto pronta ad accogliere le persone
con disabilità», qualche istantanea
di famiglia. L’istantanea in cui la
piccola Federica nel vedere il fratello grande piangere per la prima volta e il suo labbro sanguinare, scoppia in lacrime e capisce che non ce
la farebbe proprio senza Fabio, «Fabio così com’è». O quella in cui
un’altra sorella, Melissa, confessa di
«invidiare un po’ Zacky per il suo
carattere estroverso» e di essergli
grata per le tante volte in cui la
spinge a vincere la timidezza e a fare nuove amicizie. Commovente anche l’abbraccio quotidiano tra Zacky
e il suo papà: un rito che si consuma dopo la colazione per controlla-
no in ascolto dei nuovi arrivati, si
lasciano sorprendere, si lasciano
educare: imparano il valore della
pazienza in «un mondo regolato
dalla fretta», scoprono «un punto di
vista più profondo» sui rapporti
umani e diventano genitori migliori,
capaci di amare i figli in quanto tali
e «non in quanto concretizzazione
dei propri sogni».
Non stupisce, quindi, il loro desiderio di dire la propria in tema di
trisomia 21 o, meglio, di dire la verità. Mattia, Denise, Gabriele e gli altri sono tutt’altro che «persone confinate ai bordi della vita» o condannate a un’esistenza a tinte fosche.
Come i loro coetanei, studiano,
amano, cambiano, lavorano, maturano. E tanto di più potrebbero fare
se una maggiore informazione infrangesse i tanti luoghi comuni e i
troppi stereotipi che li riguardano.
A dimostrarlo, un felice esperimento televisivo, inventato in Svezia
e andato in onda in Italia lo scorso
inverno, il docu-film Hotel 6 stelle.
Infrangendo la regola non scritta
che tiene lontano le persone disabili
dal piccolo schermo, salvo rarissime
eccezioni, il programma ha raccontato in più puntate l’esperienza lavorativa di sei ragazzi trisomici durante il loro tirocinio in un albergo
di Roma. «Le offerte di lavoro ai
ragazzi con disabilità — affermano
oggi all’Associazione Italiana persone Down, protagonista attiva nella
realizzazione di Hotel 6 stelle — si
sono impennate. A chiedere tirocinanti e lavoratori con un cromosoma in più non solo le grandi aziende, obbligate per legge all’assunzione di una quota di personale con
disabilità varie, ma tanti piccoli imprenditori, impressionati dalle capacità dei protagonisti e desiderosi di
offrire a ragazzi simili a loro una
possibilità. Così da qualche mese
Agnese lavora in un fast food di
Roma, Alessandra in una trattoria
di Firenze e Marta in una galleria
d’arte di Milano. Certo si tratta
sempre di piccoli numeri — l’Italia
con il 13 per cento dei down che lavora rappresenta un record europeo
— ma il trend di crescita conforta e
conferma: il rifiuto e la paura sono
frutto dell’ignoranza, laddove la conoscenza dell’altro porta quasi sempre alla sua accoglienza.
I concili nella storia
Grande racconto
È sempre meritevole parlare e
studiare il concilio Vaticano II
che — per dirla con san Giovanni Paolo II — per la Chiesa cattolica resta un orizzonte valido
per affrontare il terzo millennio.
È perciò meritevole la fatica di
Luigi Sandri che ai concili e, in
particolare, al Vaticano II ha dedicato una vasta opera di oltre
mille pagine. Sfogliando il volume dal titolo Dal Gerusalemme I
al Vaticano III (Trento, Il Margine, 2013, pagine 1080, euro 30)
si percepisce l’impegno dell’autore a introdurre il lettore in un
mondo poco conosciuto ma importante per capire le radici della vita cristiana e come nei seco-
la celebrazione e l’applicazione clamando Roncalli santo e
Montini beato.
dell’ultimo concilio.
La grande domanda sottesa a
Nessuna assise conciliare precedente, infatti, era stata tanto tutto il volume sembra essere
numerosa e seguita da una così proprio questa: riuscirà la Chievasta opinione pubblica di cre- sa cattolica a rinnovare la sua videnti e non credenti. Gli anni ta spirituale e istituzionale così
Sessanta del Novecento sono da presentare in modo traspastati una stagione per tanti versi rente il Vangelo agli uomini di
irripetibile che hanno spinto in oggi e ci sta riuscendo concretaavanti il distacco dall’età prece- mente dopo il Vaticano II? È
dente con grandi trasformazioni stato sufficiente questo concilio
per entrare nella modernità o è
scientifiche, tecniche (si pensi
stato la spinta iniziale che ha biallo sbarco sulla Luna), politisogno di essere completato da
che ed economiche (si pensi alla
un nuovo e ravvicinato concilio?
fine del colonialismo). E in par- Il volume di Sandri racconta
ticolare al fatto che il concilio si con linguaggio chiaro e minucelebrava potendo contare su zioso, i passaggi fondamentali di
mezzi di comunicaognuno dei grandi concili. Non
zione di massa ima caso di ciascuno, da vero giorpensabili nei secoli
nalista di professione, coglie i
Una narrazione che va oltre
passati. In tal modo
punti nodali che hanno creato
un
evento
di
Chiesa
l’interesse specialistico
appassionati dibattiti nel loro
tanto importante è
tempo e nei secoli successivi. In
Per tuffarsi nella storia dell’umanità
diventato
popolare
particolare, come si è detto,
e dei contesti concreti
nell’intero
pianeta
quelli del concilio Vaticano II.
considerato ormai un
Tuttavia, specialmente la parvillaggio globale, dote finale, quella riservata al temve l’informazione in
po del dopoconcilio fino ai noli i credenti in Gesù abbiano tempo reale ha contribuito a stri giorni, assume in crescendo
sempre ricercato il modo di in- cambiare profondamente i co- lo stile della cronaca più che
della storia. Del resto uno dei
carnare la propria fede nell’evo- stumi.
La maggiore coscienza che meriti di questo volume sta proluzione dei tempi.
Sandri non nasconde la pro- l’uomo ha acquistato di sé e prio nell’essere riuscito a rendere
spettiva da cui si pone in questa dell’universo può spiegare anche la storia dei concili un grande
dirivisitazione; si legge infatti nel l’appassionato
sottotitolo: «I concili nella sto- battito su scala plaria tra Vangelo e potere». In netaria che ha acCi si chiede se il Vaticano II
realtà gran parte del testo è ri- compagnato la prere quanto stia crescendo «giorno
parazione, l’evento
sia stato sufficiente
per giorno, ora per ora».
servato alla preparazione, allo
conciliare e specialSono famiglie unite quelle racsvolgimento e all’applicazione
per
entrare nella modernità
mente la sua applicontate da questi autori d’eccezione.
del concilio Vaticano II, conside- cazione. Grazie anO se sia stato solo la spinta iniziale
Famiglie in cui per alleggerire le anrato la pietra miliare, uno spar- che a figure di Ponsie sul futuro e le difficoltà del quotiacque nella storia bimillenaria tefici di straordinatidiano le si divide su più spalle e in
del cristianesimo. E questo non rio carisma come
cui la sofferenza dei momenti bui si
tanto per una diversità intrinse- Giovanni XXIII e Paolo VI che racconto, impegnativo ma tirato
rivela sempre feconda, nella certezca del Vaticano II rispetto agli hanno realizzato le diverse fasi fuori dal semplice interesse ecza, scrive il papà di Simone, che
altri concili che pure, in qualche del concilio lasciando ai loro clesiastico e tuffato pienamente
«non di sventura si tratta ma di reforma, l’autore rileva, quanto successori un sentiero valido an- nella storia dell’umanità e dei
ciproco amore, puro e disinteressapiuttosto per il contesto che ha che oggi come è stato ricono- contesti concreti delle epoche
to». Dopo lo stordimento e l’angoaccompagnato la preparazione, sciuto da Papa Francesco pro- che si sono succedute da Geruscia iniziali, questi genitori si mettosalemme, sede del primo concilio apostolico, forse nell’anno
48, fino al 2013, anno dell’elezione di un Papa di nome Francesco che da subito ha suscitato
interessanti riflessioni e revisioni
La WDR Sinfonieorchester inaugura la stagione dei concerti del Lingotto a Torino
anche nell’ambito dei non credenti o dei critici dell’esperienza
cristiana. (c.d.c.)
Sette orchestre per sette direttori
di MARCELLO FILOTEI
È stata la WDR Sinfonieorchester diretta da
Jukka-Pekka Saraste con Un requiem tedesco
di Brahms a inaugurare il 6 ottobre a Torino
la nuova stagione dei concerti del Lingotto,
articolata in otto appuntamenti presso l’Auditorium «Giovanni Agnelli». La chiusura, il
29 maggio 2015, sarà affidata alla Mahler
Chamber Orchestra con Daniele Gatti sul
podio.
Sette grandi orchestre, sette direttori e diversi solisti per una serie di concerti che spazia dal barocco di Monteverdi al Novecento
storico, con uno speciale riguardo per Beethoven e per il repertorio sinfonico russo. In
particolare prende il via quest’anno un nuovo progetto beethoveniano — riallacciandosi
a quello appena concluso dedicato ai concerti per pianoforte — che vedrà nell’arco di due
stagioni l’esecuzione integrale delle sinfonie.
Sono previsti inoltre ritorni di importanti
direttori come Riccardo Chailly con la Gewandhausorchester di Lipsia, Antonio Pappano con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Valery Gergiev con la
Mariinskij Orchestra, András Schiff nella
doppia veste di solista e direttore con la
Jukka-Pekka Saraste
Chamber Orchestra of Europe e il Concerto
Italiano di Rinaldo Alessandrini. Altri appuntamenti hanno come protagonisti alcuni
solisti molto apprezzati nel panorama internazionale: oltre a Schiff, saranno tra gli altri
ospiti a Torino il pianista Alexander Romanovsky e il violinista Julian Rachlin.
Parallelamente ai concerti del Lingotto
prosegue la rassegna cameristica dedicata ai
migliori talenti emergenti che da quest’anno
prende il nome di «Lingotto Giovani» e si
arricchisce di un appuntamento per un totale
di sei serate. Nuovi e più rigidi criteri di selezione rispetto al passato porteranno sul podio della Sala Cinquecento i vincitori di recenti edizioni di prestigiosi concorsi internazionali: in particolare la violinista Alexandra
Conunova (vincitrice dello Joachim di Hannover nel 2012), la giovanissima violoncellista Lea Galasso (Premio Speciale allo Janigro di Zagabria nel 2012) e il pianista Boris
Giltburg (che ha vinto il Reine Elisabeth del
Belgio nel 2013).
Due formazioni cameristiche — il Synch
Brass e l’Avos Piano Quartet — e il gruppo
vocale e strumentale Pequeñas Huellas completano il calendario.
Gli otto secoli
della
Magna Charta
In occasione dell’ottavo centenario della firma da parte del re
Giovanni d’Inghilterra, le quattro copie esistenti in pergamena
della Magna Charta del 1215 saranno riunite in febbraio a Londra per una mostra alla British
Library. Per la prima volta dai
tempi della firma tutte le copie
saranno nello stesso posto. Due
degli esemplari sono conservati
proprio presso la British Library,
mentre gli altri due sono custoditi rispettivamente presso la
cattedrale di Lincoln e presso la
cattedrale di Salisbury, che per
l’occasione li concederanno in
prestito.
L’OSSERVATORE ROMANO
sabato 11 ottobre 2014
pagina 5
Giovanni Battista Montini
alla Pontificia Accademia Ecclesiastica
La lettera apostolica Alma parens
datata 14 luglio 1966
fu l’occasione per evidenziare
il possibile apporto
del pensiero scotista al pensiero conciliare
di PIETRO MESSA
aolo VI il 14 luglio 1966 firmava
la lettera apostolica Alma parens
in occasione del secondo congresso Scolastico — tenutosi a
Oxford in occasione del settimo centenario della nascita di Giovanni
Duns Scoto — indicando i motivi della attualità del suo pensiero. Successivamente
nell’udienza generale di mercoledì 24 agosto sempre del 1966 lo stesso Paolo VI indicò il congresso citato non solo come un
segno della vitalità della Chiesa, ma anche
come una delle manifestazioni a cui la Sede Apostolica dà un certo qual «riconoscimento d’autenticità».
L’Alma parens può essere considerata
come punto di osservazione del magistero
di Papa Montini come si può constatare
da alcuni aspetti ivi presenti. Ad esempio
se Leone XIII nella lettera enciclica Aeterni
Patris segnalando la posizione del pensiero di Tommaso d’Aquino rispetto agli altri
dottori scolastici enunciava longe eminet
Thomas Aquinas — come ricorda lo stesso
Paolo VI mediante una citazione dello
scritto leonino — nell’Alma parens il raffronto tra Scoto e il pensiero tomista è indicato mediante una formula più attenuata, ossia quamvis dissimili structura et mole
(“pur dissimile per struttura e mole”) e
non, ad esempio, longe dissimili structura et
mole come sarebbe stato più logico se
avesse voluto mantenere una continuità
P
Papa Montini e Duns Scoto maestro di dialogo
Un uomo
per tutte le stagioni
mata dalla citazione storica del giudizio di successivamente in latino nella rivista
Gerson, avesse nel 1966 una grande attua- «Antonianum». Qui Balić, ispiratore, faulità, è dimostrato dal fatto che soltanto tore e cooperatore nella stesura della stesdue anni prima lo stesso Paolo VI nella sa lettera apostolica in quanto presidente
sua enciclica programmatica Ecclesiam della Commissione scotista, presenta prosuam indicava come via privilegiata del prio il dialogo come una delle peculiarità
suo pontificato quella del dialogo, non so- di Scoto riconosciute dalla Alma, con un
lo ecumenico, ma anche con il mondo intero paragrafo su Duns Scotus et dialogus
contemporaneo.
extra et intra Ecclesiam catholicam, e conQuindi Scoto come un antesignano del cludendo indicando Scoto come via per
dialogo ecumenico e del dialogo con il l’unità e la pace.
mondo contemporaQueste affermazioni riprendono quanto
neo auspicato dalla lo stesso Balić scrisse nell’aprile precedenEcclesiam suam, anche te su «L’Osservatore Romano» con un arse l’enciclica non è ticolo diviso in due parti proprio dal titolo
citata nella lettera Al- Giovanni Duns Scoto e il “dialogo”: la prema parens. La porta senza “anticipata” di tanti temi toccati
era aperta perché dalla Alma parens, credo che mostrino in
molti — in particolari modo evidente il grande apporto di Balić
francescani — scrives- stesso, se non proprio alla stesura, certasero a proposito della mente alla formulazione, del documento
attualità del pensiero pontificio. Egli in tale articolo precursore
scotista, prendendo presenta esplicitamente Scoto come colui
soprattutto
spunto che incarna la via auspicata dal concilio
dal documento ponti- Vaticano II e proclamata dalla Ecclesiam
ficio; c’è tuttavia da suam: dialogo non significa che si deve esriconoscere che que- sere sempre d’accordo, ma «deve intendersta contemporaneità si piuttosto come studio sereno e la cononon sempre è giudi- scenza reciproca, che comporta rispetto e
cata totalmente posi- comprensione delle diverse opinioni».
tiva; anzi a volte è
Concludendo il suo articolo, riferendosi
considerata come se- a Scoto, formula un auspicio che sarà reagno evidente della lizzato dall’Alma parens: «Ma ci sembra
problematicità
del che da quanto abbiamo detto si possa rapensiero scotista.
gionevolmente additare in lui un teorico e
Senza voler passare un esemplare del dialogo che la Chiesa
in rassegna l’immen- vuole instaurare in quest’epoca postconciso numero di opere liare».
in merito, è imporIl tema del dialogo abbinato a Scoto
tante analizzarne al- non appare nella lettera enciclica che Cocune per mettere in stantino Koser, vicario generale dell’O rdievidenza in cosa con- ne dei frati minori — in quanto suprema
sista questa attualità autorità nell’Ordine fino al Capitolo del
Manoscritto del secolo XIV-XV con le «Quaestiones» di Giovanni Duns Scoto
di Scoto.
1967, essendo nel 1965 il ministro generale
(raffigurato all’interno dell’iniziale decorata)
La lettera apostoli- Agostino Sépinski eletto vescovo come
ca Alma parens fu Delegato apostolico di Gerusalemme e Papubblicata su «L’O s- lestina — ha inviato a tutto l’Ordine solo
con il giudizio perentorio di Leone XIII servatore Romano» del 24 luglio e nei dopo un mese dalla lettera Alma parens.
precedentemente citato. Un piccolo cam- giorni successivi apparvero sul medesimo
Tuttavia nel discorso di apertura del
biamento, da longe a quamvis, che indica giornale alcuni articoli di padre Carlo Ba- Congresso di Oxford il delegato apostoliuno spostamento non soltanto di prospet- lić a commento della stessa; sostanzial- co, monsignor Igino Eugenio Cardinale, si
tiva, ma di proporzioni, come può ben mente corrispondono a essi ciò che sem- sofferma proprio sull’attualità del pensiero
notare soprattutto un buon esperto di lati- pre Balić scrisse in un articolo apparso di Scoto in merito al dialogo: «Scoto apno. Tale cambiamento può essere preso
partiene a quel periodo
come espressione della modifica del metro
quando l’unità dell’O ccidi misura dell’ortodossia del pensiero di
dente cristiano non era anScoto: infatti ancora nel 1920 il cardinale
cora stata frantumata nelle
domenicano Andrea Frühwirth definiva la
diverse denominazioni e la
dottrina di Scoto contraria alla fede essendottrina cristiana non era
do in molti aspetti difforme al pensiero di
divenuta monopolio del
san Tommaso d’Aquino prescritto dalla
Continente. L’ortodossia
Chiesa. Fu nel 1971 che gli scritti di Scoto
fondamentale della sua
furono approvati e proprio perché il metro
dottrina, comunemente indi misura non furono più le opere di san
segnata in Gran Bretagna,
Tommaso ma la dottrina della Chiesa; un
per tre secoli prima della
cambiamento secondo alcuni epocale, per
rottura con la Santa Sede,
cui questa vicenda della causa di Scoto è
e il suo amore per la auda inserirsi nei manuali di teologia e storia
tentica tradizione presentaecclesiastica.
no una solida base per il
Quindi, dopo aver riconosciuto la didialogo fra cristiani e tutta
gnità del pensiero del maestro minorita inl’umanità. Più che mai, in
dicando una nuova valutazione rispetto al
questa era postconciliare,
giudizio di Leone XIII, modificandone il
il dialogo è il mezzo più
giudizio sulla proporzione di Scoto rispetefficace delle relazioni
to a Tommaso, tra le altre cose il Pontefiumane. Attraverso il dialoce auspicava che la dottrina scotista potesgo si tende a ristabilire
se dare elementi utili al dialogo, soprattutcontatti amichevoli fra i
to con gli anglicani, che aveva avuto un
diversi gruppi che consenmomento importante nell’incontro del 23
tano uno studio sereno,
marzo 1966 nella Cappella Sistina con il
nella mutua conoscenza,
più alto dignitario anglicano, l’arcivescovo
fraterna comprensione e
di Canterbury, Michael Ramsey.
sincero rispetto».
In ciò il Papa si appellava al giudizio
Quindi il pensiero di
dato da Giovanni di Gerson secondo il
Scoto si presenta non solo
quale Scoto era mosso «non dalla contenimportante dal punto di
ziosa singolarità di vincere, ma dall’umiltà
vista ecumenico in quanto
di trovare un accordo». Scoto è presentato
capace di offrire strumenti
Albert Küchler (frate Pietro da Copenaghen), «Immacolata con i santi
nell’Alma parens come modello esemplare
per «un serio dialogo» tra
Bonaventura,
Francesco,
Antonio
e
Giovanni
Duns
Scoto»
(1851)
di dialogo. E che tale immagine, confercattolici e anglicani, come
disse Paolo VI, ma rappresenta anche «una
solida base per il dialogo fra cristiani e
tutta l’umanità». Continuando, monsignor
cardinale afferma che «la Chiesa in concilio era desiderosa di stabilire mezzi efficaci
di contatto con gli uomini di buona volontà. Nella sua prima enciclica, Paolo VI
la presentava al mondo come Chiesa del
dialogo.
Il decreto conciliare sull’ecumenismo e
la costituzione pastorale sulla presenza
della Chiesa nel mondo sviluppano il tema del dialogo della Chiesa con i fratelli
di altre confessioni e con il mondo moderno, mentre segretariati speciali sono stati
incaricati di stabilire vie di comunicazioni
con altri credenti cristiani e non-cristiani,
come anche con i non credenti di buona
questi presupposti, le conclusioni non
possono essere che l’affermazione secondo
cui Scoto «giustamente è stato chiamato
“un uomo per tutti i tempi”»: infatti «il
suo sforzo di riconciliare i bisogni crescenti e le richieste del suo tempo con le
tradizioni della Chiesa, la sua sincera ricerca della verità nella carità di Cristo, il
suo atteggiamento irenico e aperto e sensibile verso i problemi da trattare, tutto
questo aumenta il suo valore come modello ideale per il dialogo nel quale sono
impegnati tutti gli uomini di buona volontà».
Quindi Scoto quale «modello ideale
per il dialogo nel quale sono impegnati
tutti gli uomini di buona volontà» e in ciò
monsignor cardinale rafforza la sua affermazione citando Paolo VI che aveva manifestato la speranza che gli insegnamenti di
Scoto potessero fornire «un quadro soddisfacente per un serio dialogo». Ecco l’ attualità di Scoto: uomo del dialogo per
una Chiesa del dialogo! Nello stesso congresso di Oxford Carlo Balić fece un intervento parlando De methodo Ioannis
Duns Scoti in cui nel terzo paragrafo ha illustrato De aliquibus aspectibus extrinsecis
methodum Scoti illustrantibus tra i quali appare anche inquisitio veritatis pacifica, cum
modestia et omni reverentia.
La lettera Alma parens fu occasione per
evidenziare il possibile apporto del pensiero scotista al pensiero conciliare. Gerardo
Cardaropoli nel 1967 riconosce che il documento papale inerente Scoto evidenzia
«diversi aspetti della sua dottrina in chiave di attualità» e che il pensiero scotista è
riscoperto «specialmente là dove si cerca
un contatto tra il pensiero cristiano e le
esigenze dei tempi». Riconoscendo che tale sintonia conciliare con il pensiero scoti-
Una scena del film «Duns Scoto» (2010) diretto e sceneggiato da Fernando Muraca e interpretato da Adriano Braidotti
volontà. Come afferma Paolo VI, i princìpi
che furono l’anima del metodo critico di
Scoto possono esercitare una influenza
positiva per l’efficacia di questi contatti.
Quindi ancora una volta Scoto è indicato come possibile via per stabilire e affrontare contatti con cristiani di altre confessioni, non-cristiani e anche non-credenti. Se nella lettera Alma parens non vi era
Secondo il filosofo scozzese
insufficienza del sapere
pigrizia mentale o assenza di abilità
possono viziare il ragionamento
Anche di uomini eminenti
menzione dell’Ecclesiam suam, ora il suddetto monsignore rimanda a tale enciclica
ricordando che se con essa Paolo VI presentava al mondo la comunità cattolica
come Chiesa del dialogo, il pensiero di
Scoto non può essere che un modello.
Nell’elencare questi principi di Scoto che
ancora oggi possono presentarsi come via
per il dialogo, presenta per primo il seguente: «La conoscenza della verità è
sempre progredita di pari passo con
l’umanità», benché la verità in se stessa
non può mai cambiare.
Insufficienza della conoscenza, pigrizia
mentale, cattiva volontà, o assenza d’abilità, dice Scoto, possono viziare il ragionamento di uomini anche eminenti. Dati
sta è forse più che tutto una coincidenza,
afferma che «appunto per questo occorre
riesaminare la dottrina di Scoto in una
prospettiva nuova». Preceduta da una descrizione del tempo storico di Scoto — nel
rileggerla non si può non scorgervi la
proiezione di problematiche contemporanee all’autore, certamente l’uso di immagini e linguaggio dell’immediato post-concilio — Cardaropoli sostiene
che «se non nel metodo, almeno in tanta parte della
sua dottrina Scoto appartiene più all’epoca moderna
che al medioevo». Egli stesso riconosce che «l’affermazione può sembrare troppo
apologetica» e la stessa affermazione successiva secondo la quale «con ciò non si
vuole mitizzare Duns Scoto» fa intuire che qualche sospetto nel
senso inverso in lui sorgeva. Una contemporaneità caratterizzata dalla ricerca
dell’unità dell’umanità mediante il dialogo
a cui la cristologia di Scoto può dare un
apporto; Cardaropoli, con grande onestà
intellettuale, scrive che «certo, non tutto il
suo pensiero è ugualmente valido: lo è solo nella proporzione in cui la sua situazione storica ha elementi comuni col nostro
tempo».
Riconoscendo rispetto ai tempi «l’anticipazione di Scoto» afferma che, grazie
anche alla sua cristologia, «è più facile
trovare un punto di incontro per il dialogo ecumenico, e perfino un punto di intesa con i non cristiani».
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 6
sabato 11 ottobre 2014
Cristiani e propaganda dello Stato islamico in Pakistan
Solamente
con la preghiera
e la solidarietà
BRUXELLES, 10. Gli attuali sistemi e
procedure di accoglienza europei
non riescono a tutelare i principi
della dignità umana, dell’ospitalità
e dell’equità. È quanto emerge dai
risultati di un rapporto redatto dal
Servizio dei gesuiti per i rifugiati
(Jesuit refugee service, Jsr) dal titolo: «Soccorsi — e poi? Richiedenti
protezione internazionale abbandonati in Sicilia», presentato nei giorni scorsi a Bruxelles.
Lo studio, basato su interviste e
testimonianze, dimostra quanto il
tanto annunciato “Sistema comune
d’asilo europeo”, che dovrebbe garantire standard minimi di protezione e di accoglienza, sia ancora insufficiente. Soprattutto, il rapporto
dei gesuiti chiede una maggiore
collaborazione tra gli Stati membri
dell’Unione europea per sostenere
economicamente servizi di accoglienza e procedure d’asilo, ma anche operazioni di ricerca, soccorso e
salvataggio.
Secondo l’ente caritativo cattolico, tra il 2007 e il 2013, l’Unione
europea ha stanziato circa 700 milioni di euro a sostegno delle procedure d’asilo, ma quasi 1.820 milioni di euro per il controllo delle
frontiere esterne. Un anno dopo la
tragica morte di quasi 400 migranti proprio davanti alle coste siciliane di Lampedusa, l’operazione italiana di ricerca e soccorso “Mare
Nostrum” ha salvato più di
Secondo un rapporto del Jesuit Refugee Service
Sistemi di accoglienza inadeguati
per i richiedenti asilo in Europa
140.000 vite umane. Ma né l'Italia
né gli altri Stati europei — sostengono i promotori dello studio —
hanno fatto abbastanza per rispondere ai bisogni essenziali dei richiedenti asilo in Europa. «Salviamo persone in mare perché è la
cosa giusta da fare — ha commentato Stefan Kessler, responsabile
senior delle politiche del Jesuit Refugee Service Europa — ma poi
dovremmo
penalizzarli
perché
chiedono asilo? Non ha senso».
Secondo Kessler, l’Unione europea
non riesce ad assicurare pienamente libertà e diritti umani.
Nel rapporto risuonano forti e
chiare le voci di chi è in fuga da
guerre e persecuzioni, persone che
arrivano da Paesi come Afghanistan, Pakistan e Nigeria. Si sentono
completamente esclusi dalla vita degli italiani e soffrono a causa di
procedure amministrative lunghe e
complesse.
Iniziativa ecumenica
Una cultura della pace
per lo Zimbabwe
HARARE, 10. «Vogliamo rafforzare
e amplificare la voce delle Chiese,
facilitando un migliore coordinamento delle diverse iniziative di
pace per promuovere la libera e
pacifica partecipazione dei cittadini alla vita nazionale, in particolare alle elezioni e al referendum».
È quanto ha affermato Tendaiwo
Maregere, direttore dell’Ecumenical Peace Observation Initiative
in Zimbabwe. Si tratta di un’iniziativa promossa dallo Zimbabwe
Heads of Christian Denominations, l’organismo ecumenico al
quale partecipano le diverse comunità cristiane del Paese, tra le
quali la Chiesa cattolica, rappre-
sentata dalla locale Conferenza
episcopale. «Il nostro scopo — ha
affermato Maregere — è quello di
mettere insieme le vittime e gli
autori delle violenze e di educarli
alla cultura della pace».
Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Cisa di Nairobi, il
programma prevede l’invio di
rappresentanti ecumenici in tutte
le province per predicare i valori
della pace e della riconciliazione
alla luce degli insegnamenti evangelici, coinvolgendo responsabili
religiosi, leader tradizionali e rappresentanti della politica, dell’amministrazione pubblica, dell’imprenditoria e dei mass media.
Lo Zimbabwe dal 2000 attraversa una crisi politica-istituzionale profonda, derivante dal confronto acceso tra l’opposizione e
il presidente Robert Mugabe, e
una grave crisi economica, che
continua ad avere pesanti conseguenze sulla popolazione. Secondo lo Zimbabwe Peace Project, la
maggior parte degli incidenti registrati durante il mese di giugno
erano basati sulla discriminazione
per le intolleranze politiche all’interno delle comunità.
In una dichiarazione della
Conferenza episcopale viene sottolineato che «le linee di divisione politica e il loro impatto su
ogni aspetto della vita dei cittadini non solo si sono approfondite,
ma impediscono il progresso e la
pace. Notiamo con apprensione
che non vi sono prospettive di
miglioramento in ogni sfera della
vita dello Zimbabwe».
«Siamo venuti qui — ha raccontato Marcel, ospite del Centro di accoglienza per i rifugiati di Mineo,
un centro che accoglie quattromila
richiedenti asilo in mezzo alla campagna siciliana — per ottenere libertà e non per trovare nuovi problemi, o per essere rinchiusi in un posto isolato dove siamo tagliati fuori
da tutto».
«Semplicemente ascoltando i migranti, persone che hanno sacrificato tutto per raggiungere un luogo
sicuro — ha spiegato il direttore del
Jrs Europa, Michael Schöpf — ci si
rende conto di quanto le politiche
nazionali ed europee non rispettino
la loro dignità e non siano in grado
di creare opportunità di impiego né
di supportare in alcun modo la loro
integrazione nelle comunità. Questo rapporto vuole essere un invito
a chi legge di rendersi conto della
realtà. Non possiamo continuare a
focalizzarci esclusivamente sulla difesa dei confini. Abbiamo l’obbligo
internazionale di sviluppare in Europa sistemi d’asilo equi ed efficienti, che proteggano effettivamente le
persone e le aiutino a ricostruire le
proprie vite».
Intanto, in Francia il Jesuit Refugee Service ha istituito una rete di
famiglie e comunità religiose per
ospitare, fino a quando non troveranno un alloggio stabile, le centinaia di rifugiati e richiedenti asilo
che ogni sera dormono per le strade di Parigi. Il progetto “Welcome”, iniziato con tre persone a Parigi soltanto cinque anni fa, oggi è
una rete di trecento realtà dislocate
in ben quindici città della Francia.
Le famiglie e le comunità forniscono al richiedente asilo un letto e almeno un pasto a settimana. Il Jesuit Refugee Service assegna un tutor per ogni richiedente asilo, per
aiutarlo con la burocrazia relativa
alla richiesta di status di rifugiato e
per offrire un sostegno generale al
fine di facilitare il suo inserimento
nella società.
LAHORE, 10. La preghiera e l’amicizia tra le diverse comunità religiose
sono le migliori armi per respingere
l’avanzata del fondamentalismo
islamico. Ne sono convinti i cristiani pakistani che in questi giorni
guardano con estrema preoccupazione alla barbarie che le milizie
dello Stato islamico vanno compiendo in Iraq e Siria. Tanto più
che recentemente il gruppo dei talebani «Tehrik-e-Taliban Pakistan» ha
annunciato il suo aperto sostegno
allo Stato islamico ordinando a tutti i militanti della regione di «unirsi
contro il nemico». In particolare, a
Peshawar e nelle province pakistane
al confine con l’Afghanistan sono
stati distribuiti degli opuscoli in cui
si invita al reclutamento e si fa appello alla popolazione locale per
sostenere la creazione di un califfato islamico. Una notizia che ha
creato preoccupazione nella società
civile pakistana, soprattutto tra i
giovani cristiani e tra le organizzazioni che difendono i diritti umani,
che hanno chiesto al Governo di
estremisti e terroristi, per lo scarso
rispetto della libertà religiosa, per
la discriminazione delle minoranze», in realtà «è un Paese nato
dall’unione di fedi, culture e valori
diversi, e che i membri delle minoranze religiose sono pienamente cittadini di questo Paese. Ora, di
fronte alla minaccia dello Stato islamico, è tempo di rafforzare questa
visione nella società pakistana».
I cristiani pakistani guardano
pertanto con crescente preoccupazione e solidarietà alle sofferenze
dei cristiani iracheni e siriani. E
«l’arma» con cui intendono contrastare la diffusione della velenosa
ideologia fondamentalista è la preghiera, come riferito dal francescano Francis Nadeem. A Karachi, per
esempio, i frati cappuccini hanno
organizzato nei giorni scorsi uno
specifico incontro di preghiera per i
cristiani iracheni e siriani. «I militanti dell’autoproclamato Stato islamico uccidono senza pietà persone
innocenti, rapiscono, stuprano, decapitano. È in corso uno spargimento di sangue che deve interro-
bloccare la diffusione di una simile
propaganda.
Per Sardar Mushtaq Gill, avvocato cristiano in prima linea nella difesa dei diritti umani, «questi slogan e il desiderio smodato di dominio sono le principali minacce alla
convivenza e alla libertà religiosa in
Pakistan, missione per la quale noi,
attivisti dei diritti umani, lavoriamo
senza sosta». In Pakistan — ha dichiarato Gill all’agenzia Fides —
«continuiamo a organizzare seminari e incontri per promuovere l’armonia interreligiosa, cerchiamo di
costruire la pace e vivere in un clima di dialogo e di rispetto tra fedi
diverse. La convivenza e la libertà
religiosa sono un bene non solo per
i cristiani, ma per ogni cittadino
pakistano e per ogni credente». Infatti, spesso si dimentica che il Pakistan, che «vive già una situazione
a rischio per la presenza di gruppi
gare l’intera umanità», ha detto padre Nadeem. «I frati cappuccini —
ha aggiunto — hanno innalzato una
accorata supplica a Dio onnipotente perché protegga i cristiani innocenti e le altre minoranze religiose
in Iraq. Abbiamo pregato anche
per la pace e l’armonia in Pakistan». Infatti, ha detto ancora l’avvocato Gill, «non possiamo ignorare la crescente minaccia dello Stato
islamico in Pakistan. Come cristiani, possiamo svolgere il nostro ruolo nella società, nel campo della
cultura e dell’editoria, per contrastare questa ideologia di morte,
portando una visione basata su valori come il rispetto della vita, la
dignità di ogni uomo, i diritti umani, l’armonia. Auspichiamo che il
Governo pakistano dia una risposta
efficace a livello federale, provinciale o locale, impedendo allo Stato
islamico di penetrare in Pakistan».
Nella Repubblica Centroafricana
Con l’aiuto della Chiesa riaprono le scuole
BANGUI, 10. Nonostante la situazione nella Repubblica Centroafricana
non si sia del tutto stabilizzata —
gli scontri tra fazioni si ripetono
ancora con una certa frequenza —
continua l’impegno della Chiesa
cattolica a fianco delle popolazioni
in difficoltà. Gli accordi di Brazzaville e il dispiegamento di una forza di pace dell’Onu non hanno garantito condizioni di sicurezza accettabili. «Abbiamo riaperto le
scuole e ripreso le attività pastorali,
anche se la situazione non è certo
pienamente stabilizzata», ha dichiarato all’agenzia Fides padre Aurelio
Gazzera, missionario carmelitano,
parroco a Bozoum, nel nord-ovest
della Repubblica Centroafricana,
nazione che cerca di uscire a fatica
dalla crisi seguita alla guerra civile
scoppiata alla fine del 2012. Al momento numerose sacche di insicurezza rimangono nell’est e nell’ovest del Paese. I gruppi armati non
rispettano l’accordo di Brazzaville e
le loro divisioni e scissioni interne
accentuano ulteriormente le violen-
ze. In questo contesto, le scuole del
Paese hanno riaperto i battenti, sia
quelle cattoliche che quelle statali.
«Le nostre scuole qui alla missione
(dall’asilo al liceo) — sottolinea ancora padre Aurelio — accolgono anche quest’anno più di millecento
alunni. A Bozoum rispetto ad altre
zone della Repubblica Centroafricana la situazione è un po’ più
tranquilla, anche se c’è ancora molta tensione e dobbiamo continuamente reagire a quello che accade
attorno a noi», anche perché spesso
si avverte «la mancanza delle autorità».
In qualche modo, prosegue il
missionario, «cerchiamo di sopperire alla latitanza dello Stato con il
nostro Comitato di mediazione
(composto tra gli altri dal segretario generale della prefettura, dal
sindaco, dal parroco, da un pastore
protestante, dal presidente delle
Wali-Gala, cioè le donne commercianti del mercato). La scorsa settimana — ha detto ancora il religioso
— è venuta in visita una delegazio-
ne delle Nazioni Unite e degli organismi ad esse associati (Pam,
Unicef e Unhcr). I rappresentanti
di questi organismi ci hanno ringraziato per quello che facciamo come
Comitato di mediazione, ed hanno
sollecitato le autorità ad essere presenti a Bozoum».
Secondo monsignor Dieudonné
Nzapalainga, arcivescovo di Bangui
e presidente della Conferenza episcopale, «la crisi politica e sociale
che scuote la Repubblica Centroafricana, a seguito della guerra civile, sta portando diversi cattolici
verso la deriva del sincretismo religioso. È venuta l’ora — ha sottolineato il presule — di uscire da questa ambivalenza, facendo chiaramente ed esclusivamente la scelta
di Gesù Cristo per affidargli la nostra vita e ricevere la redenzione. È
venuto il momento di accogliere
Dio come nostro Padre. Un Padre
universale che non fa distinzioni di
razze, tribù, religioni, quartieri. È il
Padre che ci ha inviato Gesù, che ci
ha rivelato il suo cuore universale».
†
Nella serata del giovedì 9 ottobre u.s. il
Signore ha chiamato a sé
Monsignor
VITTORINO CANCIANI
Canonico Vaticano
Sua Eminenza Reverendissima il Signor Card. Angelo Comastri, Arciprete
della Basilica Papale Vaticana, e i Capitolari di San Pietro mentre danno l’annuncio della sua scomparsa e ricordano
con edificazione il Confratello, innalzano al Signore preghiere di suffragio.
Il rito Esequiale avrà luogo il lunedì
13 ottobre p.v., alle ore 9.30, all’Altare
della Cattedra, nella Basilica Papale Vaticana.
L’OSSERVATORE ROMANO
sabato 11 ottobre 2014
pagina 7
Negli Stati Uniti i vescovi invitano all’incontro con le comunità religiose
Ufficio delle celebrazioni
liturgiche
del Sommo Pontefice
Le opere e i giorni
della vita consacrata
WASHINGTON, 10. «I nostri fratelli
e sorelle consacrati danno un grande contributo alla nostra società
con la loro opera pastorale in numerosi ambiti: insegnano nella nostre scuole, assistono i poveri e gli
ammalati, portano la compassione e
l’amore di Cristo a chi è respinto
dalla società, mentre altri conducono una vita di preghiera contemplativa per il mondo». Parola del presidente dell’episcopato statunitense,
l’arcivescovo di Louisville, Joseph
Edward Kurtz, che sottolinea così
l’importanza della vita consacrata
in occasione dei prossimi “Days with Religious”. Mentre la Chiesa
universale si prepara a celebrare
l’Anno della vita consacrata indetto
da Papa Francesco dal prossimo 29
novembre, prima domenica di Avvento, al 2 febbraio 2016, la Conferenza episcopale degli Stati Uniti
lancia infatti una nuova iniziativa
volta alla promozione vocazionale.
Si tratta, appunto, delle “Days with
Religious”, un calendario ricco di
incontri in cui religiosi e religiose
potranno condividere con le famiglie le loro esperienze di preghiera,
di servizio e di vita comunitaria.
Iniziativa che, rende noto il sito in
rete dell’episcopato statunitense, dal
2 all’8 novembre sarà preceduta
dalla National Vocation Awareness
Week, la settimana nazionale per le
vocazioni. Un’ulteriore opportunità, quest’ultima, per sostenere con
la preghiera e la sensibilizzazione
delle comunità parrocchiali una vera cultura delle vocazioni.
Quanto ai “Days with Religious”,
sono promossi in collaborazione
con le tre organizzazioni dei superiori e superiore degli ordini femminili e maschili degli Stati Uniti: il
Council of Major Superiors of Women Religious, la Leadership Conference of Women Religious e la
Conference of Major Superiors of
Men. «Le Giornate saranno una
grande occasione per far vedere ai
fedeli in quanti modi i religiosi e le
religiose che rispondono alla chiamata alla vita consacrata servono
Cristo e la Chiesa», ha spiegato
monsignor Michael Francis Burbidge, vescovo di Raleigh e presidente
della commissione episcopale per il
clero, la vita consacrata e le vocazioni. L’iniziativa, come accennato,
si inserisce nel cammino tracciato
da Papa Francesco, che ha indetto
per il 2015 uno speciale Anno per la
vita consacrata nel cinquantesimo
anniversario della Perfectae caritatis,
il decreto del Vaticano II sul rinnovamento della vita religiosa, come
pure della Lumen gentium, la costituzione conciliare, che nel suo sesto
capitolo si sofferma specificamente
sulla vita consacrata. Tre i principali appuntamenti già in calendario,
per i quali l’episcopato ha messo in
rete sussidi e materiale informativo.
Il primo è stato fissato per l’8 febbraio 2015 ed è rivolto in particolare alle famiglie in vista del prossimo incontro mondiale a Philadelphia. Tra le attività previste: visite
guidate in monasteri, conventi, abbazie e case religiose; conferenze
sulla storia dei vari ordini religiosi.
Il secondo appuntamento sarà la
giornata della missione e del servizio con i religiosi che si terrà l’estate prossima: i fedeli saranno invitati
a partecipare alle varie attività di
apostolato svolte dagli ordini religiosi con gli anziani, i poveri, i senza tetto e i meno fortunati. Infine,
il 13 settembre è prevista una giornata di preghiera con i religiosi, in
cui i fedeli potranno partecipare alla liturgia delle ore e alla recita del
rosario.
«Cultura delle vocazioni» è invece il tema scelto dall’episcopato per
la tradizionale settimana di sensibilizzazione che prenderà il via
all’inizio di novembre. Le comunità
parrocchiali saranno infatti chiamate a promuovere soprattutto tra i
giovani un clima di riflessione e di
preghiera sulla necessità di rispondere alla chiamata che Dio fa alla
vita sacerdotale, diaconale e religiosa. Presentando l’iniziativa il sito in
rete dell’episcopato ricorda come
nell’esortazione apostolica Evangelii
gaudium Papa Francesco abbia sottolineato la necessità di costruire
una vera cultura vocazionale. «È la
vita fraterna e fervorosa della comu-
Domenica XXIX
del tempo ordinario
Cappella papale
nità che risveglia il desiderio di
consacrarsi interamente a Dio e
all’evangelizzazione, soprattutto se
tale vivace comunità prega insistentemente per le vocazioni e ha il coraggio di proporre ai suoi giovani
un cammino di speciale consacrazione» (n. 107). Insomma, sintetizza
monsignor Burbidge, un’autentica
cultura vocazionale è quella che
aiuta gli altri ad ascoltare e a rispondere alla chiamata di Dio.
«Con la grazia di Dio — è l’invito
del presule — aiutiamo a costruire
questa cultura attraverso la fervente
preghiera, la testimonianza della
nostra vita e il sostegno che diamo
a coloro che vivono il discernimento della vocazione al sacerdozio o
alla vita consacrata». Del resto, viene ricordato come una ricerca condotta nel 2012 dalla Georgetown
University per conto dell’episcopato statunitense abbia dimostrato come il sostegno della comunità sia
determinante nel processo di discernimento vocazionale. «Il numero
tre sembra essere fondamentale nel
fare la differenza nella vita di chi
cerca di capire la propria vocazione», ha detto padre Shawn McKnight, direttore esecutivo del segretariato per il clero, la vita consacrata
e le vocazioni. «Quando tre o più
persone incoraggiano una persona
a prendere in considerazione una
vocazione religiosa, lui o lei è più
disposto a esaminare la serietà della
chiamata».
NOTIFICAZIONE
La sfida della pastorale sanitaria
Accanto alla famiglia
anche nel dolore
ASSISI, 10. La parola d’ordine è
“accompagnare”. La comunità
cristiana è chiamata ad «accompagnare la famiglia» che lotta
contro la malattia e la sofferenza.
Lo ha ribadito don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio per la
pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana (Cei),
intervenuto al trentesimo convegno nazionale dell’Associazione
italiana di pastorale sanitaria,
svoltosi ad Assisi dal 6 al 9 ottobre sul tema «La famiglia nella
gioia e nel dolore». L’accompagnamento pastorale, precisa il sacerdote, è anzitutto “ascolto” vero, «un ascolto che cura e che sana». Per don Arice, che ha ricordato come su questo tema sia
particolarmente sensibile il magistero di Papa Francesco, la famiglia «è soggetto di pastorale della
salute ogni qual volta è testimone
credibile del Vangelo della vita,
anzitutto prendendosi cura delle
sue membra sofferenti», ma essa
è, al tempo stesso, «destinataria
di pastorale della salute, “oggetto” privilegiato della sua attenzione». In questo senso, la parola
d’ordine è, appunto, “accompagnare”. Infatti, chiarisce il direttore dell’ufficio Cei, «nessuno
può sostituirsi a un altro nel suo
cammino di vita, tanto meno alla
sua sofferenza», ma «abbiamo il
dovere (e la grazia) di farci compagni di viaggio di chi è nella
notte, poiché se un membro soffre, tutto il corpo soffre».
La malattia di un congiunto è
infatti un trauma per tutta la famiglia. E, quindi, per quanto il
malato sia il primo destinatario
della pastorale della salute, non si
può dimenticare che la sofferenza
invade l’ambiente familiare, ridisegnando le abitudini e mettendo
in crisi le certezze di una vita. La
famiglia, sottolinea ancora don
Arice, «chiede compagni di viaggio che sostengano i passi indeboliti di chi lotta con la malattia
e il dolore; chiede operatori capaci di accompagnare la perdita di
certezze e aiutare un futuro che
la malattia ha reso oscuro, con un
rapporto empatico capace di essere mediazione e sacramento di
quella speranza che viene dall’Alto». Anche perché la situazione
italiana deve fare i conti con dati
allarmanti. Oltre tre milioni e
duecentomila anziani non autosufficienti vivono in famiglia,
mentre gli stanziamenti per il
mondo della disabilità si sono ridotti drasticamente: dal miliardo
di euro del 2004 ai 250 milioni
del 2014. Di qui, alcune indicazioni operative: anzitutto passare
«dalle diagnosi delle situazioni a
risposte operative». Non sono
sufficienti gli annunci e i propositi di presa in carico ma «occorrono buone pratiche anche da far
conoscere». E ancora: una pastorale della salute «che abbia al suo
centro l’attenzione alle famiglie
deve integrarsi in un progetto più
globale», in sintonia e in sinergia
con «tutta la comunità ecclesiale
nelle sue diverse espressioni», per
una presa in carico integrale della
famiglia. L’invito, infine, alla comunità cristiana ad avere il coraggio di farsi voce di chi è vittima
della «cultura dello scarto» perché quanti hanno responsabilità
amministrative «favoriscano una
sanità a misura di famiglia».
Non ci sono alunni in transito
L’orientamento è oggi indicato tra le finalità
di tutto il sistema educativo italiano di istruzione e formazione, ma è anche solo una questione di buon senso sostenere che l’azione
educativa scolastica abbia una funzione orientativa: ogni volta che si devono fare delle
scelte si ricorre a tutto il bagaglio di conoscenze di cui si dispone e la scuola rientra sicuramente in questo patrimonio di esperienze. Si tratta però di passare da un orientamento informale e casuale a un orientamento
consapevole, che appartenga intenzionalmente agli obiettivi educativi di una scuola e che
non si riduca a interventi estemporanei e aggiuntivi ma faccia parte della stessa proposta
curricolare, non tanto come contenuti particolari da apprendere quanto come finalità educativa di fondo e come metodologia comune
alle diverse discipline.
La scelta dell’orientamento come tema di
questo XVI Rapporto non è dovuta a motivi
di attualità, ma alla convinzione che esso possa essere una chiave di lettura unitaria
dell’azione di una scuola nella sua dimensione più squisitamente educativa. Orientare significa avere a cuore la “persona” non solo
nella sua particolare condizione di alunno in
transito nella scuola ma in quanto soggetto in
crescita, costretto a fronteggiare una serie di
sollecitazioni — ambientali, familiari, scolastiche, culturali, economiche — che tendono a
determinare la sua futura personalità adulta.
Per questo soggetto in crescita la principale
fatica non è tanto l’acquisizione di contenuti
disciplinari più o meno attraenti quanto la ricerca di una propria identità, spesso in con-
La strada
dell’orientamento
Verrà presentato sabato 18 a Roma il
sedicesimo rapporto sulla scuola
cattolica in Italia dedicato al tema
dell’orientamento, inteso come
accompagnamento nelle scelte decisive
della vita scolastica e personale (Una
scuola che orienta, Brescia, Editrice La
Scuola, 2014, pagine 507, euro 45).
Anticipiamo, a firma del direttore del
Centro studi per la scuola cattolica,
stralci delle conclusioni.
flitto con i modelli e le attese dell’ambiente
circostante. Porre l’orientamento al centro
dell’attenzione di una scuola è dunque il modo per esplicitare concretamente la cura educativa che si intende promuovere e quindi esso dovrebbe costituire la prospettiva naturale
di una scuola cattolica, che dell’educatività
dell’istruzione fa il motivo della sua stessa esistenza.
Molte scuole dichiarano di fare orientamento, ma limitano la propria attività ad interventi extracurricolari di prevalente informazione sulle strade che si aprono alla fine di
un percorso scolastico (fine del primo ciclo
per la scelta del proseguimento degli studi; fine del secondo ciclo per la scelta dell’università o dell’ingresso nel mondo del lavoro): sono azioni utili, che possono aiutare senz’altro
studenti e famiglie, sempre più in crisi di
fronte al numero e alla varietà delle alternative tra cui scegliere, ma non possono bastare
né possono soddisfare il concetto di orientamento.
Ciò su cui vale la pena investire oggi è un
“orientamento educativo”, cioè un impegno a
trasformare tutto il percorso scolastico in una
continua azione di orientamento, in cui le discipline sono solo strumenti offerti agli studenti per comprendere meglio se stessi e co-
Città del Vaticano, 11 ottobre
2014
Per mandato del Santo Padre
Mons. Guido Marini
Maestro delle Celebrazioni
Liturgiche Pontificie
Nomina episcopale
in Portogallo
La nomina di oggi riguarda la
Chiesa in Portogallo.
José João
dos Santos Marcos
coadiutore di Beja
Sedicesimo rapporto sulla scuola cattolica in Italia
di SERGIO CICATELLI
Domenica 19 ottobre 2014, XXIX
del Tempo Ordinario, alle ore
10.30, in Piazza San Pietro, il Santo Padre Francesco celebrerà la
Santa Messa in occasione della
chiusura dell’Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi e
presiederà il rito della beatificazione del Servo di Dio Paolo VI, Papa (1897-1978).
Potranno concelebrare con il
Santo Padre:
— i Cardinali e i Patriarchi, che
si troveranno, alle ore 9.30, nella
Cappella di San Sebastiano in Basilica, portando con sé la mitria
bianca damascata;
— gli Arcivescovi e i Vescovi,
muniti di apposito biglietto
dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice (la
richiesta deve essere inviata entro
mercoledì 15 ottobre all’indirizzo:
[email protected]),
che si troveranno, alle ore 9.15,
nella Cappella di San Pio X in
Basilica, portando con sé amitto,
camice, cingolo e mitria bianca;
— i Sacerdoti, muniti di apposito biglietto dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo
Pontefice (la richiesta deve essere
inviata entro mercoledì 15 ottobre
all’indirizzo: [email protected]),
che si troveranno, alle ore 9, al
Braccio di Costantino, portando
con sé amitto, camice, cingolo e
stola bianca.
***
I Cardinali, i Patriarchi, gli Arcivescovi e i Vescovi e tutti coloro
che, in conformità al Motu Proprio «Pontificalis Domus», compongono la Cappella Pontificia e,
muniti della Notificazione, desiderano partecipare alla celebrazione
liturgica senza concelebrare, indossando l’abito corale loro proprio, sono pregati di trovarsi alle
ore 9.30 sul Sagrato della Basilica,
per occupare il posto che verrà loro indicato.
struire progressivamente la propria identità
umana e culturale. Sul piano più concreto e
operativo l’orientamento costituisce una sfida
per le scuole cattoliche per almeno due motivi: da un lato si tratta di orientare alla scelta
della scuola cattolica in quanto tale; dall’altro
si tratta di inserire organicamente l’orientamento nei progetti educativi delle scuole cattoliche. Funzionale a questi aspetti può poi
trovare spazio un terzo obiettivo di investimento nella formazione dei docenti per attrezzarli alle nuove finalità orientative. Dal
primo punto di vista, quello della scelta della
scuola cattolica, occorre andare a infrangere
alcuni luoghi comuni, che vogliono la stessa
informazione orientativa rivolta quasi sempre
solo all’offerta scolastica statale. È vero che
talvolta tutto dipende da rapporti personali
sul territorio, ma la questione investe la fondamentale libertà di scelta educativa, che può
esercitarsi solo se l’informazione è completa e
precisa. Anche a livello istituzionale, per
esempio, il fatto che la nuova procedura di
iscrizione on line al primo anno di ogni ordine e grado di scuola sia limitata alle sole
scuole statali costituisce già una prova di
scarsa permeabilità all’interno del sistema nazionale di istruzione.
Nato il 17 agosto 1949 a Monte
Perobolso, nella diocesi di Guarda, è stato ordinato sacerdote il 23
giugno 1974, per il patriarcato di
Lisboa. Dopo la scuola elementare, è entrato nel seminario minore
di Santarém — allora del patriarcato — passando poi al seminario
maggiore di San Paolo (Almada)
e successivamente a quello di Cristo Re (Olivais), frequentando
l’Istituto superiore degli studi teologici di Lisbona. Ha seguito anche un corso di pittura presso la
scuola superiore di belle arti della
capitale portoghese. Nel corso del
ministero, è stato membro del
gruppo sacerdotale di formazione
in Merceana (1973), parroco di
São Miguel in Milharado (19851993) e poi di São Tiago in Camarate e di Nossa Senhora da Encarnação in Apelação (1993-2002), direttore spirituale nel seminario
maggiore di Cristo Re (Olivais)
del patriarcato di Lisboa (dal
1995) e poi nel seminario Redemptoris Mater di Lisbona (dal
2001), membro del consiglio pastorale del patriarcato (dal 2001).
Nel 2003 è stato nominato canonico del capitolo della cattedrale.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 8
sabato 11 ottobre 2014
Messa a Santa Marta
Cuori in guardia
William Blake
«Gesù tentato
da Satana»
(1815-1819)
Facciamo bene la guardia al nostro cuore? Lo custodiamo dai
continui tentativi del demonio di
entrarvi e prendervi dimora? Lo
ha chiesto Papa Francesco durante
la messa celebrata a Santa Marta
venerdì mattina, 10 ottobre, riflettendo sul brano liturgico del
Vangelo di Luca (11, 15-26):
«una storia triste», ha detto,
che comincia con Gesù che
scaccia un demonio «e finisce
nel momento che i demoni
tornano all’anima della persona dalla quale sono stati
scacciati».
È una situazione ricorrente nella vita di ogni
uomo perché, ha ricordato il Pontefice citando il passo lucano,
«quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si
aggira per luoghi deserti, cercando sollievo, e non trovandone
dice: ritornerò nella mia
casa». Ecco allora che il demonio, trovando l’anima in
pace, «va, prende altri sette
spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora». E così «la successiva
condizione di quell’uomo
diventa peggiore della prima».
Il demonio infatti, ha
spiegato il vescovo di Roma, non si scoraggia
mai, «ha pazienza» e
torna
continuamente, anche
«alla fine della vita» perché lui «non
lascia quello
che
vuole
per sé».
Anche Gesù ha sperimentato
questa realtà: nel Vangelo di Luca
si legge che «dopo le tentazioni
nel deserto» il demonio lo lasciò
in pace per un periodo, ma poi
«tornava e tornava». E i demoni
«gli tendevano delle trappole» fino alla fine, fino alla passione, «fino alla Croce», dicendogli: «Se tu
sei il Figlio di Dio... ma vieni, vieni da noi, così noi possiamo credere». È — ha spiegato Francesco —
quello che capita anche a noi
quando qualcuno ci tenta domandandoci: «Ma tu sei capace?». E
maliziosamente ci sfida dicendo:
«No, non sei capace». Per questo
«Gesù parla di un uomo forte,
ben armato, che fa la guardia al
suo palazzo, fa la guardia alla sua
casa», perché il cuore di ognuno
di noi è come una casa. E allora,
si è domandato il Pontefice, «io
faccio la guardia al mio cuore?».
Occorre infatti «custodire questo tesoro dove abita lo Spirito
Santo, perché non entrino gli altri
spiriti». E bisogna farlo «come si
custodisce una casa, a chiave».
Del resto, ha detto il Papa, nelle
nostre case utilizziamo «tanti mezzi di sicurezza» per difenderci dai
ladri. Facciamo lo stesso con il nostro cuore? Oppure lasciamo «la
porta aperta»? Bisogna «vigilare»,
si è raccomandato Francesco, perché il demonio, anche se «è stato
cacciato via col battesimo, va, cerca altri sette peggiori di lui e torna».
Ecco allora la necessità di un’attenzione continua. Occorre sempre chiedersi: «Cosa succede lì»
dentro di noi? «Io sono la sentinella del mio cuore?». Impariamo,
ha suggerito il Pontefice, dalla nostra vita quotidiana: «Chi di noi,
quando è a casa, sia in cucina, sia
alla nostra scrivania, sia dove sia, e
vede passare una persona che non
conosce, chi di noi rimane tranquillo? Nessuno!». Tanto che subito si rivolge allo sconosciuto:
«Ma lei chi è? Chi lo ha fatto entrare? Da dove è entrato?». Anche
in noi può accadere lo stesso.
«Quante volte — ha sottolineato il
vescovo di Roma — entrano i cattivi pensieri, le cattive intenzioni, le
gelosie, le invidie. Tante cose, che
entrano. Ma chi ha aperto quella
porta? Da dove sono entrati?». E
se non ci accorgiamo di chi facciamo entrare nel nostro cuore, questo «diviene una piazza, dove tutti
vanno e vengono». Viene a mancarvi l’intimità. E lì «il Signore
non può parlare e nemmeno essere
ascoltato».
Succede allora che, anche se il
nostro cuore «è proprio il posto
per ricevere lo Spirito Santo», senza la giusta vigilanza «lo Spirito
finisce all’angolo», come se lo
chiudessimo in «un armadio». E lì
lo Spirito è «triste».
Come fare quindi per evitare
che questo accada? Per dare una
risposta il Papa ha trovato spunto
ancora dal Vangelo. E ha citato
un’espressione usata da Gesù «che
sembra un po’ strana: “Chi non
raccoglie con me, disperde”». Partendo dalla parola “raccogliere”,
Francesco ha spiegato che bisogna
«avere un cuore raccolto», un cuore nel quale riusciamo a essere
consapevoli di «cosa succede».
Raccomandabile in questo senso
può essere la pratica, tanto antica
«ma buona», dell’esame di coscienza. «Chi di noi — ha chiesto
il Pontefice — la sera, prima di finire la giornata, rimane da solo» e
nel silenzio «si fa la domanda: cosa è accaduto oggi nel mio cuore?
Cosa è successo? Che cose sono
passate attraverso il mio cuore?».
È un esercizio importante, una
vera e propria «grazia» che può
aiutarci a essere dei buoni custodi.
Perché, ha ricordato il Papa, «i
diavoli tornano, sempre. Anche alla fine della vita». E per vigilare
che i demoni non entrino nel nostro cuore bisogna saper «stare in
silenzio davanti a se stessi e davanti a Dio», per verificare se nella nostra casa «è entrato qualcuno» che non conosciamo e se «la
chiave è a posto». Questo, ha concluso il Pontefice, «ci aiuterà a difenderci da tante cattiverie, anche
da quelle che noi possiamo fare».
Perché «questi demoni sono furbissimi», e sono capaci di ingannare tutti.
Il ruolo formativo dei genitori al centro dell’ottava congregazione generale
Preparati a educare
Non basta curare la formazione dei candidati al matrimonio; occorre puntare anche
a quella dei sacerdoti e degli operatori
della pastorale familiare. È una delle indicazioni venute dal dibattito durante l’ottava congregazione generale sul tema «La
Chiesa e la famiglia di fronte alla sfida
educativa», svoltasi giovedì pomeriggio, 9
ottobre, alla presenza di Papa Francesco.
Negli interventi che hanno animato la
sessione di lavoro, alla quale erano presenti 181 padri sinodali — fra gli altri hanno
preso la parola i cardinali Yeom Soo-Jung,
Calcagno, Turkson, Njue, Vegliò, e gli arcivescovi Nashenda, Menichelli e Nzapalainga — si è avvertita da più parti
l’esigenza di una maggiore preparazione dei coniugi al compito educativo nei confronti dei figli. È stato sottolineato come le sfide che deve affrontare la famiglia in questo ambito
sono molteplici e spesso i genitori
avvertono di essere impreparati.
L’attenzione dei padri si è focalizzata anche sulla situazione dei figli
di coppie divorziate o separate. In
particolare, è stato ricordato che proprio loro rappresentano la parte più
debole e sono dunque destinati a
portare i segni della sofferenza a causa della divisione dei genitori. Quanto ai divorziati risposati, è emersa la
necessità di un percorso penitenziale,
accompagnato anche da una riflessione su coloro che restano soli e spesso
soffrono in silenzio ai margini della
vita sociale.
Nel corso dei 21 interventi programmati e degli 11 interventi liberi
sono stati delineati anche i problemi
delle convivenze prematrimoniali,
delle coppie di fatto, della poligamia
o delle nascite fuori del matrimonio.
Si è parlato dei bambini lasciati soli
o senza riferimenti parentali sicuri e
sereni. Non è mancato un riferimento alla
questione della contraccezione e al significato dei metodi naturali di regolazione
della fertilità. Unione e procreazione, è
stato ribadito, non sono separate dall’atto
coniugale. Vanno dunque condannate pratiche come la manipolazione genetica e la
crioconservazione degli embrioni.
Da più parti è stato denunciato il tentativo perpetrato da Paesi e organizzazioni
del mondo occidentale di fare pressioni su
alcune nazioni — soprattutto in Africa —
per introdurre realtà come l’aborto e le
unioni omosessuali, dando loro lo statuto
di «diritti umani» e condizionando la loro
recezione alla concessione di aiuti economici. In proposito è stato anche evidenziato che l’espressione “diritti alla salute sessuale e riproduttiva” non ha, nell’ambito
del diritto internazionale, una definizione
precisa, e finisce per racchiudere principi
in contraddizione tra loro. Oltretutto la
promozione di tali “diritti”, pur privi di
valore vincolante, rappresenta un rischio,
perché può influenzare l’interpretazione di
altre norme, in particolare nella lotta contro la discriminazione della donna.
È stata posta inoltre la questione riguardante la sostanza di alcuni matrimoni, che
appaiono talvolta come una celebrazione
meramente esteriore «di nozze» e non
comportano la verità del sacramento. In
questo caso, dunque, non si tratterebbe di
matrimoni validi. Ecco perché, oggi più
che nel passato, non si può dare per scontato che la celebrazione delle nozze equi-
valga di per sé alla effettiva celebrazione
del sacramento. Va fatta salva, in ogni caso, un’attenta verifica secondo le norme
canoniche. Norme che alcuni padri sinodali hanno chiesto di rivedere, in particolare rendendo la procedura più semplice e
unica in tutta la Chiesa.
Si è parlato anche dei condizionamenti
ambientali alla famiglia, quali la povertà,
le diseguaglianze sociali, la mancanza di
lavoro, la mentalità edonistica che distoglie i giovani dal matrimonio cristiano e li
spinge a trovare altre soluzioni che non
impegnino il loro futuro in maniera definitiva. Per questo è stato chiesto di curare
maggiormente la preparazione al matrimonio, perché quando questa manca, alla
prima difficoltà i due coniugi sono tentati
di imboccare la strada del divorzio come
via più facile per risolvere i loro problemi.
Prima degli interventi dei padri sinodali
— nelle otto congregazioni generali quelli
programmati sono stati in tutto 180, ai
quali vanno aggiunti gli 80 svolti nel dibattito libero — è stata ascoltata la testi-
monianza dei coniugi francesi Olivier e
Xristilla Roussy, responsabili di Amour et
Vérité, il ramo apostolico della comunità
dell’Emannuel, sposati da vent’anni e con
sette figli. Lei ha i genitori divorziati, lui
proviene da una famiglia numerosa. Insieme decidono di ripetere quest’ultimo modello e si affidano a metodi contraccettivi
naturali, ma dopo la nascita del terzo
bambino la donna «era esausta, non eravamo più in grado di vivere serenamente
il nostro rapporto», ha ricordato Oliver,
spiegando la decisione di ricorrere alla pillola. Però — ha proseguito — «Xristilla era
spesso di cattivo umore, il desiderio era
assente e la gioia era sparita. Nella vita
coniugale avevamo chiuso la porta al Signore».
Di lì il ritorno a «un cammino apparentemente più difficile, perché impone di essere continenti nei periodi fertili anche se
abbiamo desiderio», quello dei metodi naturali. «Tuttavia lo viviamo in due — hanno testimoniato — e siamo felici».
Ascoltati gli uditori
Più spazio ai laici
Anonimo,
«Famiglia»
Difficoltà economiche, incomprensioni, mancanza di dialogo, violenze, ma anche alcune questioni pratiche
dell’educazione dei figli — a cominciare dalla semplice
«puzza dei pannolini» — sono state presentate al Sinodo
dai laici, presenti in veste di uditori. Ai loro interventi è
stata riservata la nona congregazione generale, venerdì
mattina, 10 ottobre, presieduta dal cardinale Tagle con la
partecipazione del Papa e di 185 padri sinodali. Hanno
preso la parola, in tutto, venti laici e un sacerdote impegnato nella pastorale familiare.
Medici, soprattutto ginecologi, politici, docenti e comunque «agenti pastorali», da anni alle prese con le questioni pratiche della vita di tante coppie e della bioetica,
hanno insistito sulla necessità non di nuove teorie ma di
testimonianze vive per dare una svolta positiva alla famiglia. E tutti hanno chiesto più sintonia, in questo campo,
tra sacerdoti e famiglie. Di più, è stata proposta una vera
e propria «alleanza» attraverso una più accurata preparazione dei pastori fin dagli anni del seminario, in modo che
siano capaci di accompagnare realmente il cammino delle
famiglie nel loro specifico contesto. E non è mancata an-
che la richiesta di omelie più vicine alla quotidianità e più
comprensibili. Serve un linguaggio nuovo, insomma. E in
questo stile si è inserito, nell’omelia dell’ora terza, il vescovo Orowae, suggerendo di iniziare a leggere il Vangelo in
famiglia e a pregare insieme.
Le testimonianze hanno evidenziato anche come, a livello mondiale, le questioni pratiche di vita familiare non siano le stesse: in Africa e nelle città secolarizzate della vecchia Europa, dove invece dominano le solitudini, i problemi non coincidono. E nello specifico i protagonisti della
pastorale familiare africana hanno anche chiesto al Sinodo
un sostegno per opporsi più efficacemente a pressioni e
piani lanciati dalle organizzazioni sanitarie che non tengono conto dei valori cristiani ma neppure delle tradizioni
locali.
La famiglia, è stato riaffermato sempre partendo da
esperienze vissute sul campo, è uno dei temi forti dell’impegno dei laici cristiani in politica. Serve però, è stato segnalato, un vero dialogo tra Stato e Chiesa per rendere
possibile la promozione di politiche in favore della persona e della famiglia in generale.
La pianificazione naturale delle nascite è stata una questione presentata con particolare attenzione perché, è stato
fatto notare, una sua corretta applicazione ha effetti positivi sulla vita di coppia, contribuendo alla riuscita del matrimonio. E nella preparazione al matrimonio, è stato ricordato, si deve insistere di più sulla paternità responsabile.
È stata inoltre rimarcata l’importanza di una sinergia tra
l’ambito accademico — con la proposta di istituire una rete
mondiale di istituti universitari — e quello pastorale, per
formare non tanto dei tecnici ma dei discepoli e missionari. Proprio come suggerisce la più volte citata Conferenza
di Aparecida. E da qui anche la richiesta di affidare al laicato un ruolo più incisivo. I laici, è stato detto, vanno
ascoltati di più, in particolare per ciò che riguarda la sfera
dell’intimità della vita di coppia. Inoltre un punto fermo
per gli uditori è il ruolo chiave che hanno le famiglie cristiane nella formazione e nella crescita delle coppie più
giovani.
In aula sono stati denunciati i drammi della guerra e
dei profughi in Iraq, in Libano ma anche in Rwanda, visti
con gli occhi di famiglie letteralmente disintegrate. In
questi contesti di violenza e precarietà, è stato riconosciuto, la Chiesa risulta come un punto di riferimento sicuro.
Ed è utile, in quelle regioni, che le coppie si preparino a
essere mediatrici di pace e riconciliazione. È stata pure
presentata l’esperienza della morte di un familiare con il
conseguente «deserto degli affetti». Sono riemerse, poi, le
questioni delle violenze dentro le mura domestiche, specie
contro le donne, e dei matrimoni misti. Infine c’è stato anche l’invito al Papa, con tanto di partecipazione, per il
matrimonio della figlia di una coppia di uditori.
I lavori sono proseguiti, in mattinata, con la prima riunione dei dieci circoli minori suddivisi per aree linguistiche: tre per l’inglese, tre per l’italiano, due per il francese
e due per lo spagnolo. Nel pomeriggio prendono la parola
i delegati fraterni.